La sinistra chic di Slow Food respinge i rifugiati

RomaIn un periodo storico in cui trattare il tema dell'immigrazione con realismo e rigore appare impresa impossibile, fanno notizia anche parole di misurato buonsenso. A far discutere è l'uscita di Carlin Petrini, gastronomo, fondatore di Slow Food, che interviene sul caso di Ormea, paesino in provincia di Cuneo, i cui abitanti hanno avviato una colletta per rilevare un hotel a rischio chiusura ed evitare vi siano mandati i clandestini.

«Non è nella testa della nostra gente respingere qualcuno che chiede aiuto» dice Petrini. «Penso semplicemente che abbiano voluto difendere la propria comunità. Un albergo in quella zona vuol dire turismo, risorse, lavoro». Poi la puntualizzazione: «Non dico mica che Ormea non deve accogliere i profughi. È il luogo scelto per ospitarli che non va bene. Come non va bene il metodo: un'imposizione dall'alto, senza coinvolgere la popolazione, senza una riunione, senza ascoltare nessuno».

Nel mirino entrano i metodi e i criteri di distribuzione scelti dal ministero dell'Interno. «Se si vuole l'integrazione, bisogna coinvolgere la popolazione locale. Mi pare un'ovvietà. Si poteva trovare un'altra soluzione di minore impatto sul territorio», continua Petrini sostenendo la proposta dell'arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia: cinque persone per ogni parrocchia. «Sarebbe più facile integrarle - continua - diciamo di accoglierli ma di fatto li parcheggiamo in una specie di nuovi campi di concentramento. Senza insegnare loro l'italiano, senza dare loro la possibilità di lavorare. A Reggio Emilia li avevano fatti lavorare alla festa de l'Unità ed è intervenuto l'ispettorato del lavoro a dire che non si può. Sono fuori dal mondo».

Nello stesso giorno della vicenda di Ormea si occupa anche la rubrica «Buongiorno» di Massimo Gramellini sulla Stamp a, giornalista spesso accusato di intingere la sua brillante penna nell'inchiostro del buonismo a oltranza. Gramellini, invece, si concede una riflessione non troppo diversa da quella di Petrini, senza deviare comunque dall'assunto di chi ritiene che esista una sorta di diritto di migrare, a prescindere dal dovere degli Stati di tutelare il bene comune e regolare o bloccare i flussi migratori.

«Trenta persone di un altro mondo trapiantate in blocco nel cuore di una comunità di millecinquecento anime provocano uno sconvolgimento di abitudini e danneggiano il turismo, principale fonte di sostentamento della zona» scrive Gramellini. «Accogliere chi scappa da guerra e fame resta fuori discussione. Ma non può neanche tradursi in un danno per gli “accoglienti”. I quali non sono razzisti. Sono semplicemente gelosi del benessere raggiunto. La soluzione ideale non ce l'ha nessuno, però il buon senso suggerisce di attutire l'impatto di una migrazione inevitabile, diluendone il peso. Se invece di concentrare i profughi in un unico luogo, li si distribuisce su un territorio più vasto, si otterrebbe l'effetto immediato di ridurre l'allarme sociale e quello altrettanto importante di non considerare più i migranti come un esercito di invasori, ma come un insieme di individui. E si sa che la miseria di un gruppo spaventa, mentre quella di un singolo commuove».