Quella sinistra legata al passato che vuole saltare sul treno veloce

Tra le democrazie occidentali, l'Italia è il Paese che si è trasformato di più. Chi da noi ha innovato, ha vinto e la nostra propensione al rischio indubbiamente logora chi non capisce il proprio tempo. Intorno al '68 erano i giovani a scendere in piazza con slogan inneggianti alla rivoluzione. Non arrivò ma ci credevano lo stesso. Negli anni '80 Bettino Craxi trasforma il vecchio Psi in un partito agile, teso a superare le morenti ideologie novecentesche e almeno per un tratto la nazione riparte. Il 1994 è l'inizio della rivoluzione berlusconiana. Cambia tutto, la scena, i mezzi, il linguaggio della politica: bastano quattro mesi per fondare Forza Italia e vincere le elezioni. Nell'era dei social M5s è il primo a intuirne le potenzialità, insistendo su un discutibile modello di «democrazia partecipata» mirata a catturare soprattutto l'elettorato giovane. Scommessa vinta. Persino la sinistra più tradizionale ha avuto la chance di sparigliare con Matteo Renzi, anche se raggiungere il 40% non gli è bastato per evitare le faide interne. In quanto alla Lega, Matteo Salvini ha letteralmente resuscitato un partito pressoché polverizzato, anch'egli grazie a una profonda modifica del linguaggio, l'intelligente uso dei social, la gestualità e il look ben oltre la figura del politico post-moderno.

Rischiare e innovare sono dunque concetti indispensabili, l'elettorato non sembra disposto a tornare indietro e preferisce comunque guardare avanti, provare soluzioni nuove per uscire dal pantano. Prendiamo il caso Sì Tav, che da Torino sta infiammando il dibattito politico. Sì Tav è ovvio, lo era anche prima, fin dall'inizio. C'è un mondo, quello di centrodestra, dell'area moderata e liberale che sostiene il lavoro, le grandi opere, ogni processo di modernizzazione, un'area che comprende la Lega, che non ha mai avuto dubbi in merito. E ce n'è un altro molto più ambiguo che un po' sostiene la crescita e lo sviluppo e un po' paga le bollette della luce ai centri sociali. Un universo, non solo torinese ma molto torinese, estremamente composito, dai salotti alle stanze dei bottoni, che si sta prendendo la paternità dell'operazione Sì Tav, come fosse cosa loro, delle madamine in sciarpa arancione, un movimento spontaneo che riprende non solo il colore dell'ex sindaco milanese Pisapia ma in realtà già ben strutturato politicamente. Normale la confusione del moderato, che quest'idea sulla Tav l'aveva già vent'anni fa: certo gli sembra giusto scendere in piazza eppure si sente in imbarazzo a condividerla con un sistema che sembrava agonizzante mesi fa e oggi si ripropone bello arzillo a cavalcarne l'onda con precisi scopi elettorali. A maggio si vota in diverse regioni, centrodestra e Lega favoriti in Piemonte, eppure l'eccesso di melassa e complimenti di piazza («sono tutte brave persone», ma insomma) rischiano di rimettere in corsa Sergio Chiamparino, da sempre più fortunato che bravo. Poiché la battaglia non è locale ma nazionale, giusto attribuirsene il merito e non lasciarla agli altri. Tav metafora di innovazione e rischio e, come ogni grande opera, è destinata ai ragazzi di oggi, donne e uomini di domani, mentre in piazza troppe facce risultano irrimediabilmente legate al passato.