«Soldi, gioielli e pure un escavatore» A Roma ancora tangenti sui campi rom

Arrestati due dipendenti comunali per corruzione, falso in atto pubblico e turbativa d'asta. Appalti truccati in cambio di assunzioni

Patricia Tagliaferri

Roma Mafia Capitale non c'entra e i magistrati lo hanno detto subito. Ma certo di similitudini tra l'inchiesta che nel 2015 ha travolto il Comune di Roma e quest'ultimo caso di malgoverno dell'amministrazione pubblica ce ne sono parecchie. A cominciare dagli appalti per i lavori nei campi rom che venivano aggiudicati dagli imprenditori delle coop a suon di mazzette per poi essere effettuati male o addirittura non avviati.

Soldi, ma non solo. Perché per entrare nel business della bonifica degli accampamenti, i colletti bianchi del Dipartimento delle Politiche Sociali e della Salute si accontentavano anche di altre utilità. C'è anche un escavatore tra i «regali» ricevuti dai funzionari comunali. E poi un collier e piccole cose come biglietti per il teatro o la pubblicità gratuita per lo studio dentistico di un familiare. Non poteva mancare infine la solita assunzione di un parente, in questo caso della figlia di uno degli indagati presso una cooperativa. Insomma, una storia di ordinaria corruzione per la quale la Procura di Roma ha ottenuto l'arresto di quattro imprenditori (Loris Talone, Roberto Chierici, Massimo Colangeli e Salvatore Di Maggio) e i domiciliari per il vigile urbano Eliseo De Luca e per Alessandra Morgillo, entrambi dipendenti del Dipartimento che fino a pochi mesi fa era guidato da Emanuela Salvatori, funzionario direttivo dell'area Inclusione Sociale dell'ufficio Rom, Sinti e Caminanti del Dipartimento Politiche sociali condannata lo scorso novembre a quattro anni di reclusione per i suoi affari con il ras delle cooperative Salvatore Buzzi e ieri indagata e perquisita nell'ambito di questa nuova indagine. Il gip Flavia Costantini descrive nell'ordinanza la Salvatori come il «fulcro del dipartimento e punto di riferimento della maggior parte delle vicende corruttive». Una misura interdittiva è stata applicata anche Vito Fulco, un funzionario del Comune a lei legato.

Emblematica del sistema di corruzione che secondo il gip sarebbe radicato nell'ufficio comunale è questa intercettazione in cui la Morgillo parla con Roberto Chierici: «Io ed Emanuela - dice - siamo le uniche potenti che stiamo a risolve tutto». Soffermandosi invece sugli imprenditori, il gip parla della «spregiudicata ricerca del sostegno politico» da parte di Chierici «ottenuto da parte dell'allora capo della segreteria del capogruppo Pd in seno all'assemblea capitolina Francesco D'Ausilio, Calogero Salvatore Nucera, e dello stesso consigliere comunale D'Ausilio, al fine di ottenere vantaggi per lo svolgimento della propria attività imprenditoriale».

Le accuse ipotizzate dai pm coordinati dall'aggiunto Paolo Ielo, sono quelle di corruzione, falso in atto pubblico e turbativa d'asta. Gli investigatori hanno scoperto che gli appalti per la bonifica di alcuni campi nomadi, tra cui quello di Castel Romano e di via Candoni, venivano affidati senza gara e che per ottenerli, grazie ad atti e firme false, gli imprenditori pagavano tangenti tra gli 800 e i 3mila euro, talvolta consegnate all'interno degli uffici del Campidoglio, come documentato dai video girati dai carabinieri. Agli arresti si è arrivati grazie alle intercettazioni effettuate nell'ambito di un'altra inchiesta su un traffico di droga negli accampamenti.