Sportiva, modaiola e social Ecco la nuova generazione Z

Per i ragazzini Colmar ingigantisce il logo e crea Originals by Originals dai colori stravaganti

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Firenze X più Y è uguale a Z? Difficile rispondere se hai le stesse capacità matematiche di un minerale. Ma se ti trovi per lavoro al 98simo Pitti Uomo di Firenze e molti dei 1240 espositori parlano di «generazione Z», tocca fare un rapido ripasso delle classificazioni generazionali. La X indica i nati dopo gli anni del boom economico (da qui il nome Boomers) e prima dell'edonismo reaganiano. La Y è arrivata baldanzosa nel nuovo millennio (ecco perché li chiamano «Millennials») dagli anni Ottanta. Sono quelli che hanno scoperto la tecnologia portatile: dal walkman all'Ipod, dal buon vecchio Nokia agli smartphone. Adesso sono di scena quelli con la Z come Zorro, detti «centennials» per chissà quale motivo, capaci di utilizzare internet fin dalla culla. «Adorano la moda e lo sport, hanno una coscienza sociale e una perfetta conoscenza dei social» dice Stefano Colombo, Sales & Marketing Manager della Colmar, azienda fondata dalla sua famiglia quattro generazioni fa. Lui 33 anni, bello come il sole e simpatico come pochi, scia, nuota, corre, gioca a tennis e a golf oltre a lavorare tra le 8 e le 10 ore al giorno per poi andare a casa e parlare con il papà o con lo zio delle cose che sente nell'aria. Viene da questo confronto l'evoluzione di Colmar dallo sportswear al premium per accontentare il vasto pubblico che ha un diverso modo di vivere anche in città e ha rotto gli schemi di giacca-cravatta-palto.

Per loro c'è la linea Originals: i classici del brand con più twist. Lo spazio della sperimentazione è rappresentato dalla linea Research con i piumini nello stesso nylon giapponese con cui si fanno i sacchi a pelo per le spedizioni in Himmalaya: leggerissimo e caldissimo. Ai ragazzini (noi boomers chiamiamo così la generazione Z) è riservata Originals by Originals, la linea con il logo ingigantito, i colori pazzeschi, la vocazione ecofriendly nei tessuti, nelle imbottiture (sempre meno piuma d'oca e sempre più ovatte) e perfino nei criteri produttivi. Ben detto e ben fatto. Non per il nuovo padiglione I GO OUT che è la cosa più bella di questo Pitti, si apre con Reda Active, la membrana biodegradabile che lo storico lanificio biellese guidato da Ercole Botto Poala, ha messo a punto dopo tre anni di studio. Grazie a uno speciale polimero spalmato su lana, il capo impermeabile una volta finito il suo ciclo vitale può finire sotto terra e in un certo senso decomporsi. Non sono del tutto d'accordo con questo concetto personaggi come Christopher Raeburn, l'inglese che fabbrica capi fantastici con pezzi dei paracaduti militari, oppure come l'americano Chris Anderson che da bravo ex hippie, vegano e velista fabbrica sandali con pezzi di plastica riciclata e scotte di polipropilene da barca in un'azienda equosolidale nicaraguense.

Poi c'è la sublime collezione di Woolrich Outdoor creata in collaborazione con Goldwin, genietto giapponese di questo modo di vestire per cui con il pigiama bistretch puoi uscire e con la giacca a vento elasticizzata puoi anche dormire: Andrea Canè, direttore creativo di Woolrich ti fa letteralmente impazzire con le storie delle capsule reate in collaborazione con chi ama e conosce tutti i tic e i tabù delle diverse generazioni. L'estrema sintesi si ha nello stand di Sease (da See mare ed Ease, facile) un progetto curato da Franco e Giacomo Loro Piana, figli di Pierluigi, detto Pigi, velista di vaglia ed erede con il fratello Sergio del grande lanificio rilevato dal Gruppo LVMH (Louis Vuitton Moet Hennesy). Il concetto è vado in barca con la stessa giacca che uso per un consiglio di amministrazione, ho una tuta da ginnastica in fresco di lana gessata, con il mio completo in Sunrise (un tessuto effetto Solaro grazie a un 30% di nylon con semi di ricino) posso perfino sciare.