Squinzi boccia il governo: «Una manina antimpresa Noi non siamo il nemico»

Il numero uno di Confindustria critica l'esecutivo: «Riforme contro gli imprenditori». Ma evita la rottura: «Il Jobs Act segnale positivo»

Q uella «manina anti-impresa» che anche questo governo ha utilizzato in più di un provvedimento non è andata giù a Giorgio Squinzi. E la platea di Confindustria ha tributato gli onori al suo presidente uscente, al termine della sua quarta e ultima relazione annuale, con un minuto di applausi. Ma il quarto anno è appena iniziato, Squinzi intende giocarselo fino in fondo e il tema è capire dove si collocherà l'asticella dei rapporti tra industriali e governo. Dal discorso di ieri di Squinzi, inserito nel clima politico ed economico di questi giorni, le indicazioni non mancano.

Intanto il protocollo: l'assemblea pubblica, organizzata all'auditorium di Expo, è iniziata con la lettura del messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Mentre della lettera scritta dal premier, Matteo Renzi, è stata solo citata l'esistenza. In realtà Renzi ha inviato parole di vicinanza e distensione per giustificare lo sgarbo della sua assenza, avendo preferito recarsi, proprio ieri, a Melfi, nell'unica grande fabbrica che da Confindustria se n'è andata: la Fiat del suo amico Sergio Marchionne.

Evidentemente però la lettera non è bastata a fare pace. E quando Squinzi - dopo aver ricordato i meriti delle 150mila imprese associate, soprattutto piccole e medie, in questa lunga crisi economica - è arrivato a parlare di esecutivo, la doccia è stata gelida: «Anche con questo governo, che pure pare più attento, la manina anti-impresa ogni tanto si esercita nelle pieghe di diversi provvedimenti. I reati ambientali, il nuovo falso in bilancio, nuove autorizzazioni di varia natura, il canone sugli imbullonati o la Tasi sull'invenduto, in generale una giurisprudenza studiata e scientificamente realizzata contro l'impresa, non nascono dal caso, ma da una cultura che pensa ancora all'imprenditore come a un nemico della collettività». Segue ovazione della platea. Perché Squinzi ha toccato il nervo più scoperto, quello della frustrazione di tanti imprenditori, dalle partite Iva in su, nel percepire gli ultimi esecutivi come ostili. Allo stesso modo, avverte Squinzi attaccando «i soliti commentatori» che «con un po' di malafede dicono che l'epoca dei corpi intermedi è al tramonto», Confindustria rivendica un ruolo decisivo nella ripresa che il governo strombazza. E pure nel terreno delle riforme del mercato del lavoro, attraverso il prossimo cambio delle regole della contrattazione. Dopodiché è lo stesso Squinzi a dare atto a Renzi di aver seguito gli industriali sul Jobs Act e su altri interventi avviati: «40 miliardi di soldi nostri che la Pubblica amministrazione ci ha finalmente pagato... 5,6 miliardi di riduzione dell'Irap, 2,6 di abbattimento degli oneri sociali e la moratoria dei debiti bancari che da sola vale una finanziaria». E conclude con una frase secca: «Oggi non ho richieste né intendo lamentarmi con il governo di alcunché. Chiedo semplicemente di non smarrire la determinazione».

Sarebbe quindi sbagliato partire di qui: da parte degli industriali non c'è alcun atto d'amore verso il governo. Confindustria, si usa dire, non fa politica, non è un partito. È un'associazione che fa i propri interessi e ne riconosce la realizzazione. Ma quello che più resta dopo l'assemblea di Expo è il segnale di una forza ritrovata da contrapporre verso un premier che invece, alla vigilia di una tornata elettorale delicata, si scopre forse un po' più debole. E forse anche più timoroso di fronte a certi poteri ancora forti.