La stampa americana unita per vincere il "nemico"

Ci sono due tipi di giornalismo anglosassone: quello che dà le notizie e l'altro molto più feroce ma anche volubile e senza regole che scatena campagne: to campaign è un verbo e vuol dire scendere in campo armati e per vincere uccidendo un nemico. Il che significa rinunciare a qualsiasi pretesa di oggettività in vista di un risultato concreto: indebolire e cacciare l'avversario. Nel nostro caso la stampa liberal americana capeggiata dal New York Times e dal Washington Post punta ormai apertamente a cacciare dalla Casa Bianca il presidente Donald Trump con accuse che diano almeno l'impressione di un imminente impeachment, lo stato d'accusa formale come quello che fece cadere la testa di Richard Nixon o quella che ne lasciò tre quarti sul collo di Bill Clinton. Quando la campagna giornalistica ha come oggetto un repubblicano, il tono, il calore, la velenosità sono quelli di un attacco termonucleare.

Se si tratta invece di un democratico, come accadde a Clinton colpevole di aver mentito al Paese e non soltanto a sua moglie (che anzi lo proteggeva per le sue tresche sessuali) la memoria tende a svanire insieme alla virulenza. Adesso il grande giornale di New York e quello di Washington hanno indossato armatura e abbassato la celata, pronti a caricare ventre a terra. Il clima è più o meno simile a quello delle forsennate campagne di Repubblica contro i governi Craxi e Berlusconi, trattati costantemente come i grand villain, i cattivissimi di tutte le storie, stretti fra mute di cani guidate dai comedians (comici e imitatori come l'attrice Kathy Griffin che ha cupamente giocato con una finta testa mozzata di Trump, senza mai davvero scusarsi) e dai politici che cercano di ricostituirsi nuovi pacchetti di voti in vista delle elezioni di medio termine.

Sulla partita sul cosiddetto Obamacare molte figure minori repubblicane tendono a smarcarsi dal presidente, sperando di accumulare voti dei propri constituens, gli elettori personali, promettendo soldi agli anziani del ceto medio, fortemente minacciati dai tagli.

Il New York Times ha da tempo messo in piedi una sorta di contro-redazione che si dedica giorno e notte alle magagne vere e presunte del presidente e anche le semplici incongruenze, cosa non difficilissima con un uomo come The Donald che è di suo temperamento un incontinente sia davanti ai microfoni che nel twittare, spesso diffondendo imprecisioni che poi è costretto a correggere.

Come fogli di carta moschicida, le pagine elettroniche della stampa anti-trumpiana si riempiono di contraddizioni, approssimazioni, impegni non mantenuti e così via. Adesso la nuova carne al gioco è quella dell'ultima puntata del Russiagate. Il Washington Post rivela che Obama affrontò a brutto muso Putin, intimandogli di non interferire più con la politica interna americana. Ora Donald Trump risponde che il fatto è una totale montatura: Obama, secondo Trump, non fece assolutamente nulla per intimidire Putin anche perché non c'era nulla da usare: né prove né prospettive di indagini visto che i tempi della presidenza Obama ormai agli sgoccioli e dunque, dice Trump mandando in bestia i democratici, c'era poco da fare la faccia feroce. Trump ha dunque contrattaccato i democratici accusando il suo predecessore di emettere vuote parole senza alcuna chance di poter far sortire alcun effetto sulla gelida espressione facciale dell'impenetrabile Vladimir Putin, come le foto del loro incontro peraltro confermano.