«Stasi ha ucciso con crudeltà» La pm vuole 30 anni di carcere

Prima della condanna il fidanzato di Chiara Poggi fu assolto due volte. E ora per limitare i rischi di assoluzione, l'accusa rilancia invocando una pena doppia

Altro che delitto senza un movente chiaro. La Procura generale di Milano non si accontenta dei sedici anni di carcere inflitti a Alberto Stasi per il delitto di Garlasco, e soprattutto non si accontenta delle motivazioni con le quali i giudici della corte d'appello si sono arresi davanti alla impossibilità, secondo loro, di dare una spiegazione precisa del motivo per cui il biondo ex bocconiano avrebbe ammazzato la sua fidanzata Chiara Poggi. Stasi, secondo la procura, merita trent'annni di galera. Li merita per la crudeltà con cui ha ucciso la ragazza, scaraventandola dalle scale di casa dopo averle inferto i colpi di grazia. E tanta crudeltà è la figlia diretta del motivo, cupo e inconfessabile, per cui Chiara doveva morire: impedire che il mondo sapesse dei «problemi sessuali non risolti e non risolvibili» del suo ragazzo. Non solo della passione compulsiva per la pornografia estrema, ma anche della sua incapacità di avere rapporti sessuali.

Nello stesso giorno in cui il difensore di Stasi, Angelo Giarda, deposita il suo ricorso in Cassazione per ottenere l'assoluzione, arriva anche il controricorso di Laura Barbaini, il sostituto procuratore generale che a Milano per due volte ha rappresentato la pubblica accusa nei processi a Stasi. Inevitabile, e lineare nei suoi contenuti, il ricorso della difesa: che ha dalla sua parte le due sentenze che in primo e secondo grado assolsero Stasi con formula piena, e che solo il rifacimento del processo d'appello, ordinato dalla Cassazione, ha portato a ribaltare con motivazioni che a una lettura spassionata erano apparse tutt'altro che solide.

Anche la procura generale è consapevole che il percorso logico che ha portato i giudici a spiegare la condanna di Alberto potrebbe venire travolto dal ricorso delle difese: e a quel punto l'esito più probabile sarebbe una pietra tombale sull'intera vicenda, una assoluzione definitiva come quella che ha chiuso senza (quasi) colpevoli un altro delitto eccellente, l'uccisione di Meredith Kircher a Perugia. Anche per questo la dottoressa Barbaini ha scelto di ricorrere anche lei alla Cassazione: per ottenere che la pena venga inasprita, colpendo Stasi con l'aggravante della crudeltà che i giudici d'appello hanno escluso; ma soprattutto per fornire alla Cassazione spunti più solidi, a partire da quel movente che con un «eccesso di cautela» i giudici hanno rinunciato a indicare. Chiara venne uccisa per proteggere un segreto, ma quale fosse quel segreto la sentenza d'appello non lo dice.

E invece per la Barbaini quel segreto è fin troppo chiaro: le «deviazioni sessuali» di Stasi, riassunte nelle immagini trovate nel suo computer, che spaziavano dal sesso con donne gravide, alle vecchie, alle bambine violentate. Ma a valle di quella perversione ci sono le difficoltà di Stasi di avere rapporti completi. Nel ricorso, il pg sa di muoversi su un terreno delicato e scabroso, perché di mezzo ci sono la privacy di un imputato e di una vittima; e però se quello è il movente, bisogna parlarne. Così il ricorso parla di «criticità dei rapporti sessuali con la partner», ma poi fa un riferimento esplicito al «video di varie ore denominato “1 Maggio“ in data 29.4.2007» in cui Alberto si filma a letto con Chiara senza che mai si arrivi al dunque.

Solo così, sostiene il ricorso, si capisce quel che accade la mattina del 13 agosto 2007: compreso quello che è il passaggio chiave, il trascinamento di Chiara, già colpita ma ancora viva, verso la porta che dà alle scale, e da cui viene scaraventata a testa in giù. Nessuno, tranne chi conosceva la casa, sapeva che dietro quella porta c'era una scala; e nessun assassino occasionale aveva un motivo per buttare il corpo già dalle scale come fece Stasi per simulare un incidente. Basterà a convincere la Cassazione? Certo, se sette anni fa le indagini fossero state fatte meglio, la morte di Chiara non sarebbe ancora in cerca di un perché.