Ma gli statali restano illicenziabili

Ci vuole un po' di tempo e pazienza con le interviste a Marianna Madia. Bisogna schivare qualche proclama, tipo quello dei dirigenti licenziabili, poi però il ministro della Pubblica amministrazione dà sempre una notizia. La novità seminascosta nell'intervista di ieri a Repubblica è che i riformisti della maggioranza alla Pietro Ichino sono stati sconfitti definitivamente. L'abolizione di fatto dell'articolo 18 dello Statuto non varrà per i dipendenti pubblici, come chiedeva appunto Ichino insieme ad altri. La fine del reintegro obbligatorio per i lavoratori il cui licenziamento sia stato dichiarato illegittimo da un giudice, varrà solo per i dipendenti di aziende private.

Vero che l'articolo 18 riguarda pochi lavoratori privati e pochissimi pubblici visto che non vengono quasi mai licenziati. Ma viene da chiedersi cosa succederà se e quando gli statali saranno allontanati, magari grazie al giro di vite annunciato sui licenziamenti disciplinari o alle nuove norme sulla mobilità. C'è da aspettarsi una valanga di ricorsi e relativi reintegri.

Più facile che i dirigenti di turno, per non incassare una sconfitta, rinuncino fin dal principio a licenziare. Come, d'antro canto, succede già oggi.

Ma colpisce anche la spiegazione del ministro Madia. «Non è un favoritismo ma il lavoro pubblico è diverso: chi licenzia non è un imprenditore che decide con le proprie risorse». In sostanza, lo Stato non può permettersi l'alternativa al reintegro che è il pagamento di un indennizzo al lavoratore licenziato ingiustamente.

Ragionamento un po' traballante. Abbastanza strano da fare venire il sospetto che in realtà il governo Renzi, ultrariformista a parole, non se la senta di colpire gli azionisti di maggioranza della vecchia sinistra: sindacati e dipendenti pubblici.

Ma c'è dio più. Madia, con un ragionamento di poche righe, smantella un principio guida delle riforme dela Pa che era stato inaugurato negli anni Novanta proprio dalla sinistra. Le riforme Bassanini e quelle del governo Amato equipararono il lavoro pubblico e quello privato. Il governo del rottamatore Renzi, torna indietro e mette il timbro su un principio ottocentesco: gli statali hanno uno status, i lavoratori privati un altro, meno favorevole.

E dire che il governo e lo Stato, in quanto datori di lavoro, avrebbero lo stesso interesse a sostenere una maggiore flessibilità di Confindustria e delle altre associazioni datoriali, che hanno accolto con entusiasmo tutti i tentativi di rendere meno rigido l'articolo 18. Il boom di assunzioni registrato dall'Inps grazie alla decontribuzione dimostra come, con meno vincoli e balzelli, l'occupazione può tornare a crescere. Un mercato del lavoro più efficiente e più conveniente evidentemente non interessa al governo-datore di lavoro.