Stefania Craxi: «Era prevedibile Hanno colpito il Paese più laico»

Sono passati pochi mesi dall'ultima volta che è volata in Tunisia. «Era gennaio, la commemorazione di mio padre». Con Stefania Craxi da Roma erano volati tanti socialisti vecchi e nuovi, oggi sparsi nelle istituzioni e al cimitero di Hammamet avevano sfilato con la maglia J e suis Craxi . «Il Paese è stato ferito al cuore, ma ce la farà».

Una scoperta amara questo attacco?

«Devo dire che purtroppo no. L'attentato non mi coglie di sorpresa. Era evidente che l'unico tra i Paesi arabi che aveva avviato un processo virtuoso di transizione verso la democrazia sarebbe diventato un obiettivo da parte di chi vuole destabilizzare il Mediterraneo».

Perchè questo attacco?

«La Tunisia poteva essere un faro, un esempio per gli altri Paesi che stanno affrontando la transizione.

C'erano stati dei segnali?

«A gennaio ho incontrato il presidente. Mi aveva detto che sapeva che sarebbe stata una transizione “lunga e difficile”».

In Tunisia vive sua mamma, è preoccupata per lei?

«No, è stato un attacco esterno».

Colpa della povertà?

«Colpa anche dell'Occidente che in questi anni, negli anni buoni delle vacche grasse, non ha fatto una politica estera lungimirante. L'Europa avrebbe dovuto difendere e sostenere. Non ha investito, non ha aiutato il sud a svilupparsi, a creare lavoro. Ha lasciato invece che il divario si acuisse, che i poveri venissero lasciati nel degrado e nella disperazione. Lì attecchisce il terrorismo».

Cambierà volto la Tunisia?

«Saprà reagire. Ne sono sicura. Conosco bene quella terra, resta un Paese sul filo di una cultura laica, con una popolazione laboriosa e reattiva, concreta, che vuole lavorare».

Eppure la Tunisia è uno dei Paesi che esporta il più alto numero di jihadisti.

«È vero, ma qui c'è un doppio fenomeno. Ancora più pericoloso che altrove. Da una parte la povertà e la disperazione. Ma quello dei jihadisti fa parte di un fenomeno diverso. Sono giovani di buona famiglia che cercano nel jihad una rivincita, un modo di affermare loro stessi».

Cosa può fare oggi l'Europa?

«Dare subito avvio al trattato di libero scambio. Penso a un piano Marshall per il Mediterraneo guidato dall'Europa».

Quanto ha pesato avere come vicino la Libia?

«Sicuramente l'instabilità ha fatto sì che nel Paese entrassero più armi»