Lo stesso Renzi si è accorto dei limiti della selezione «dal basso». Quanti esempi negativi nel centrosinistra

RomaLa suggestione del «ricostituente primarie» si affaccia periodicamente nel campo del centrodestra. Le ragioni sono molteplici. C'è la necessità di combattere la crisi del personale politico, il desiderio di riavvicinare gli elettori, la speranza di fare emergere leadership alternative dal territorio e combattere la frammentazione di un campo dove la moltiplicazione di sigle e ambizioni personali è ormai la prassi.

Da sempre, fin da quando il Pd ha scelto di identificarsi in questo strumento di selezione della classe dirigente - quasi sostituendolo al fine stesso della sua azione politica - il miraggio di riuscire attraverso le primarie a mettersi ad «altezza di popolo» ha assunto una valenza molto forte. Il centrodestra non è risultato immune alla tentazione di sperimentare il metodo americano, prima ai tempi delle «tre punte» della Casa delle libertà: Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini. Poi con alcuni esperimenti compiuti, anche con successo, a Frosinone, Trani e Lecce. Infine con il tentativo di svolgere le primarie nazionali del Popolo della libertà.

La questione si è ripresentata ora, in virtù della necessità di aprire seriamente la discussione sulle candidature per le amministrative del 2016. Le sfiancanti trattative avvenute in occasione delle ultime Regionali e le alleanze disordinate e a macchia di leopardo hanno convinto alcuni dirigenti di Fi a riprendere in mano il «format primarie». Il problema è che proprio il Pd - vessillifero ufficiale di questo strumento - negli ultimi tempi sta pagando un prezzo altissimo sull'altare di scelte rivelatesi disastrose in termini amministrativi, come quelle che hanno portato Ignazio Marino alla guida di Roma, Giuliano Pisapia alla guida di Milano e Marco Doria alla guida di Genova. Sindaci che neppure lo stesso Pd riconfermerebbe in una successiva tornata elettorale.

Lo stesso Matteo Renzi - probabilmente la storia di maggior successo dello strumento primarie come ascensore verso la leadership in opposizione agli apparati consolidati - appare sempre più dubbioso rispetto all'utilizzo delle consultazioni aperte, in tempi di antipolitica e di bassa affluenza. La convinzione è che le primarie siano attaccabili dai «signori delle tessere» e dai reclutatori di truppe cammellate e votanti prezzolati. E il periodico annullamento di alcune consultazioni starebbe a dimostrarlo.

Il ragionamento di Silvio Berlusconi - intervenuto a frenare il dibattito interno al centrodestra - appare dunque mirato a sconsigliare l'infatuazione per un meccanismo che potrebbe rivelarsi un boomerang. Oltre a svuotare di identità e regia politica quei partiti chiamati ad assumersi responsabilità e a scegliere i candidati sulla base di una visione d'insieme su questioni strategiche. L'ansia di rilegittimarsi, insomma, deve passare dalle idee, non da una corsa all'ultimo voto. Anche perché in assenza di un humus comune e una adesione profonda ai valori del centrodestra, si rischia di pagare pegno alle ferite da scontro fratricida nelle elezioni vere e proprie. Insomma «va bene l'ansia di rilegittimarsi» si spiega in ambienti forzisti, «ma bisogna chiedersi se il Pd dopo le ultime primarie si sia rafforzato o indebolito».