Quella strada stretta tra elezioni tedesche e aumento dei tassi

Mario Draghi, nella situazione attuale di euro forte, si trova fra Scilla e Cariddi. Dichiarando la continuazione, anche dopo ottobre, della politica di Qe - quantitative easing, ossia facilitazione quantitativa, che consiste nel comprare titoli del debito pubblico dei Paesi dell'euro, immettendo sul mercato in contropartita nuove banconote, onde far salire il tasso di inflazione dell'Eurozona verso il 2% - si sarebbe attirato aspre critiche tedesche. Scatenando così l'opposizione dei falchi, nel comitato esecutivo della Bce e fra i politici di Berlino, impegnati nella campagna elettorale. Se, per altro, avesse affermato in modo abbastanza esplicito che a ottobre il Qe attuale cesserà, con conseguente rialzo dei tassi di interesse in euro, avrebbe potuto innescare un brusco rialzo del cambio, dovuto alla previsione di un cospicuo afflusso di capitali all'Eurozona, attirati dalle maggiori remunerazioni. Una Cariddi ancora più pericolosa della Scilla di prima, quella presidiata dai falchi tedeschi.

A un balzo dell'euro troppo elevato, dovuto ad operazioni di breve termine allo scoperto, di solito seguono ridimensionamenti e nuove fluttuazioni. Si può, cioè, scatenare una volatilità con alti e bassi burrascosi. Così Draghi ha traccheggiato rimandando i chiarimenti a ottobre e oltre. La decantazione non è facile. Le banche, i risparmiatori, i fondi di investimento europei vorrebbero tassi più remunerativi di quelli attuali. La Bundesbank e i politici tedeschi non gradiscono che la Bce si imbottisca di debito italiano e francese, tanto più da ora in poi, essendoci sul mercato carenza di bund tedeschi.

In Germania l'euro forte, che genera bassi prezzi dell'import e tiene bassa l'inflazione, è nella tradizione del «marco forte» con cui la Germania ha costruito il miracolo economico postbellico prolungandolo sino all'epoca della creazione dell'euro, barattata politicamente col consenso alla sua riunificazione. La Germania compera gran parte delle materie prime e delle risorse energetiche dall'estero e le sua industria è soprattutto (come quella italiana) di trasformazione. Inoltre essa, a differenza della Francia e dell'Italia, è importatrice netta di generi alimentari e abbigliamento. L'euro forte - come il marco forte - mentre non danneggiava più che tanto l'export della Germania, ne tutela il potere di acquisto dei salari e dei risparmiatori che investono soprattutto nel reddito fisso. Ma la cessazione del Qe non è un percorso facile.

La dimensione dell'afflusso di investimenti finanziari nell'Eurozona, attratti dall'aumento dei tassi, è una incognita, così come lo è la contrazione dell'export dovuta a un euro sproporzionatamente alto. C'è il rischio fondato di una nuova deflazione, se non si opera con cautela. E c'è l'esigenza di coordinamento con la politica monetaria della Fed, che può subire cambiamenti, in relazione alla sostituzione del suo vertice, da parte di Trump. Del resto l'euro troppo forte non è colpa di Draghi, ossia non deriva da un successo insperato della sua politica monetaria, ma dall'avanzo della bilancia corrente del commercio estero dell'insieme dei paesi dell'Eurozona, soprattutto a causa del surplus della bilancia tedesca, che nel quinquennio registra un avanzo medio annuo del 7,6%, sia verso i paesi euro, sia verso quelli extra. Anche l'Italia ha un surplus di bilancia commerciale, che sta crescendo, ma la media del quinquennio è solo +0,56% e ci serve per controbilanciare il rischio dell'alto debito pubblico nella valutazione dei mercati finanziari. La politica monetaria ha i suoi limiti, come ogni medicina.

Per star bene servono le diete: la Germania dovrebbe espandere il suo bilancio, quello dell'Italia deve perdere ancora un po' di peso. Ma il successo dipende anche dal modo come lo si perde: la dieta migliore non è quella bilanciata, è quella con poche tasse e meno aumenti di spese. Frattanto Draghi, barcamenandosi, guadagna tempo: un tempo che non dobbiamo sprecare.