Strage Isis anche a Bagdad Cristiani d'Irak nel mirino, tanti bimbi tra i 167 morti

Camion bomba distrugge un centro commerciale nel quartiere più interconfessionale della capitale

Luigi Guelpa

Nell'attentato di sabato notte a Bagdad, che ha provocato la morte di 167 persone, 32 delle quali bambini, e il ferimento di altre 189, c'è il disegno dell'Isis di colpire ancora una volta i cristiani dopo la mattanza di Dacca, e non solo di dare una risposta alla caporetto di Falluja. L'ha rivelato il ministro della Cultura Faryad Rawandozi, ricordando come il quartiere di Karadah fosse prima degli avvenimenti dell'altra sera, «un esempio di convivenza pacifica e serena tra chi professa religioni differenti. Non è un caso che sabato abbiano deciso di prendere di mira proprio questa zona».

Il camion bomba guidato da un kamikaze, fatta deflagrare intorno alla mezzanotte nell'area in cui sorgono un ristorante e un centro commerciale, ha distrutto vite e frantumato l'unica isola felice di tutta la capitale irachena. In quel momento Muhasker al Rasheed street, l'arteria teatro dell'attentato, era piena di giovani e famiglie, usciti in strada dopo la fine del digiuno del Ramadan. E come se non bastasse un secondo ordigno è esploso nel quartiere sciita di Sha'ab, a nord di Bagdad, provocando 5 vittime. Entrambi i raid sono stati rivendicati dal Califfato con un tweet. «Sembrava un bombardamento aereo - ha raccontato il commesso di un centro commerciale - quando mi sono affacciato in strada ho visto solo sangue e corpi mutilati a terra».

Dopo l'esplosione c'è qualcuno che ha pensato proprio ai fatti del Bangladesh, come Qadeer Rasam, titolare dell'Al Ayn, ristorante frequentato da occidentali andato in parte distrutto dall'onda d'urto provocata dall'esplosione. «Dacca è la prima cosa che mi è venuta in mente - ammette - per fortuna in quel momento da noi era vuoto, ma nelle ore precedenti c'erano molti clienti stranieri».

L'azione criminosa è stata duramente condannata dagli Stati Uniti, così come dall'Iran e dall'Onu. Sul luogo si è recato il primo ministro Haydar Al Abadi, che ha indetto tre giorni di lutto nazionale. Karadah, che sorge a ridosso delle sponde del fiume Tigri, è considerato il quartiere residenziale per eccellenza di Bagdad, ma anche il cuore pulsante del cristianesimo di tutto l'Iraq. Nella zona, che sorge a pochi passi da dove il kamikaze si è fatto esplodere, si trovano infatti le chiese delle congregazioni dei caldei, dei cattolici-siri, dei greco-melchiti e degli armeno-cattolici. Congregazioni, come ricordato nei mesi scorsi dal patriarca cattolico iracheno Louis Raphael Sako, più volte minacciate dal fanatismo jihadista. Per la cronaca si tratta del peggior bilancio di vittime per la capitale irachena dall'11 maggio scorso, quando 88 persone rimasero uccise in tre diversi attentati di matrice integralista.