Strage nella casa esplosa Il gas è stato manomesso

Indagato il marito di una delle vittime: l'uomo, che stava separandosi, soffriva di depressione

Cristina Bassi

Milano Esplosione di via Brioschi: le indagini danno corpo all'ipotesi più tragica. Non sarebbe stato un incidente a provocare il 12 giugno scorso il disastro e la morte di tre persone che abitavano al terzo piano della palazzina in zona Navigli, ma un gesto volontario. È l'ipotesi della Procura di Milano, che ha indagato Giuseppe Pellicanò per strage. Il pubblicitario 50enne è il marito di Micaela Masella, una delle vittime. Le altre due sono Riccardo Maglianesi e Chiara Magnamassa, coppia marchigiana di 27enni. Nello scoppio sono rimasti gravemente ustionati le due bambine dei Pellicanò, di 7 e 11 anni, e l'uomo stesso. Padre e figlie sono ricoverati all'ospedale Niguarda.

La Procura ha accertato che la fuga di gas metano, come l'esplosione, si è verificata a casa della famiglia. La deflagrazione poi ha investito l'appartamento dei due ragazzi. Ci sarebbero elementi che orientano gli inquirenti verso la pista di un gesto doloso. L'«avviso di accertamenti tecnici non ripetibili», che in questo caso vale anche come avviso di garanzia, è stato emesso ieri dal pm Elio Ramondini e dall'aggiunto Nunzia Gatto. In questo modo l'indagato potrà partecipare, attraverso un legale ed eventualmente un consulente tecnico, alle prossime verifiche. L'attività è urgente, visto che il tetto del palazzo, precipitato sul piano inferiore a causa della voragine al terzo piano, è a rischio crollo. Pellicanò, che al momento dell'esplosione si trovava in camera da letto ed è ancora in condizioni critiche anche se non in pericolo di vita, non è fino a questo momento stato interrogato. Lui e la moglie si stavano separando ed era in cura da uno specialista per una forma di depressione.

I rilievi raccoglieranno tracce biologiche e impronte digitali su superfici «utili» alle indagini. Il tubo del gas di casa Pellicanò infatti, nello specifico quello collegato al piano cottura, è stato manomesso volontariamente. C'è, si legge nell'avviso, un «tubo flessibile in acciaio trovato smontato dal rubinetto a sfera di intercettazione gas e allacciato al solo piano di cottura cibi». Gli inquirenti cercheranno segni o graffi compatibili con attrezzi che possono essere stati usati per lo smontaggio sul dado che fissava il tubo; tracce biologiche e impronte sulle parti dell'impianto che sono state manomesse e sugli strumenti trovati utilizzabili per la manomissione; segni di rottura causati dall'esplosione sul «raccordo filettato» che univa il tubo al rubinetto. Verranno poi accertati lo stato di integrità di altre parti del tubo e la conformità ai sensi di legge della valvola del gas della cucina (che aveva il sistema «salvavita» contro le fughe accidentali). Il flusso anomalo sarebbe cominciato intorno all'una di notte. Secondo i rilievi di A2a, al momento dello scoppio - poco prima delle 9 - l'appartamento era saturato da 47 metri cubi di gas. La perdita sarebbe stata di circa 6 metri cubi all'ora: ne bastano 1,5 l'ora per provocare un'esplosione. Anche le parti lese (le famiglie dei tre morti) potranno nominare consulenti per gli accertamenti. Lunedì il pm conferirà l'incarico al perito.