Strage di pellegrini alla Mecca 700 vittime travolte dalla folla

La ressa provocata da una «fuga improvvisa». A centinaia muoiono soffocati e calpestati. Il ministro: «Non hanno seguito le istruzioni»

Per il governo saudita è stata colpa dei «pellegrini indisciplinati». Una spiegazione troppo approssimativa e affrettata per giustificare la morte di 717 fedeli (oltre 900 i feriti), schiacciati ieri mattina nella ressa che si è formata mentre si stavano recando alla Mecca per partecipare al rituale della «Lapidazione di Satana». L'incidente è avvenuto nella valle di Mina, a dodici chilometri dalla città santa dell'Islam. Erano le 7 di mattina quando i pellegrini che provenivano a piedi dalle statali 204 e 223, le due principali arterie della regione, si sono scontrati con quelli di ritorno dal luogo in cui viene ricordata la lapidazione del diavolo da parte di Abramo. E così il Giorno del Sacrificio, l'Id al Adha, si è tragicamente trasformato nel sacrificio di vite umane.

La macchina dei soccorsi si è messa in moto con grande lentezza, anche perché le vie d'accesso erano di fatto bloccate dagli stessi fedeli coinvolti nella calca. Sul posto sono arrivate con estrema difficoltà oltre 200 ambulanze e 4mila tra medici, personale paramedico e volontari provenienti persino dalle città di Gedda e At Taif. Difficile al momento anche stabilire la nazionalità delle vittime. Quest'anno alla Mecca si calcola che ci siano quasi 3 milioni di persone, oltre un milione gli stranieri provenienti per lo più dal Maghreb e dai paesi del Golfo Persico, ma anche dalla Gran Bretagna, come ha ricordato il ministero degli Esteri di Londra che teme per la vita di alcuni connazionali di fede islamica partiti alla volta della Mecca e dei quali non si hanno notizie. Secondo il ministro della Salute saudita Khalid bin Abdulaziz Al Faleh, «è probabile che molte vittime siano straniere. Siamo dispiaciuti, ma se i pellegrini avessero seguito le istruzioni, si sarebbe evitato questo doloroso incidente». In serata il principe ereditario Muhammad bin Nayef ha corretto il tiro, ricordando che è stata aperta un'inchiesta «per individuare i responsabili. Re Salman è molto triste, e ha promesso che prenderà le misure appropriate».

L'Iran, che contende ai sauditi la leadership sulla regione mediorientale, non ci sta e punta il dito contro gli organizzatori dell'evento. Il responsabile della trasferta dei pellegrini iraniani, Said Ohadi, ha spiegato alla tv di stato che per «ragioni sconosciute è stata chiusa una strada vicino al luogo della cerimonia, creando una vera e propria trappola mortale». La sciagura rischia di aumentare le tensioni già esistenti, per i conflitti in Siria e nello Yemen, tra i due Paesi. Il ministro degli Esteri di Teheran Javad Zarif, non ha escluso infatti il rientro in patria dell'ambasciatore a Ryad Reza Raouf Sheibani, ironia della sorte, presente sul luogo della sciagura in veste di fedele e sopravvissuto per miracolo.

Quanto accaduto ieri mattina nella valle di Mina è purtroppo la sequenza di un film già visto. Dal 1990 ad oggi si contano infatti qualcosa come 2.973 morti nei pellegrinaggi alla Mecca. Di sicuro la strage è meno grave di quella del 2006, costata la vita a 364 fedeli, ma rischia di condividere il primato della drammaticità con quella del 1990, quando 1.426 fedeli morirono schiacciati nella ressa dentro un tunnel d'accesso ai luoghi sacri. L'incidente tra l'altro segue di pochi giorni quello dell'11 settembre, quando una gru cadde sulla Grande Moschea durante i lavori di ristrutturazione, provocando 107 morti e 238 feriti.

Messaggi di solidarietà e vicinanza alle famiglie delle vittime sono arrivati da tutto il mondo. «Gli Usa esprimono profondo cordoglio», ha detto per conto di Barak Obama il portavoce della Sicurezza nazionale Ned Price. Note sono arrivate a Ryad dall'Ue e dal segretario Onu Ban Ki Moon.

Proprio in occasione della Festa del Sacrificio, durante le preghiere del mattino, altro sangue è stato versato in una moschea di Sanaa, capitale dello Yemen, dove un attentato ha ucciso almeno 25 fedeli.