Strappo dei commercianti: fischi e urla contro Renzi

Il premier sale sul palco e dalla platea parte la contestazione sugli 80 euro. Prova la gag: «Ho fatto l'arbitro in Garfagnana, non mi spavento...». Ma il suo intervento è tutto in difesa

«H o fatto l'arbitro in Garfagnana. Se pensate che mi preoccupi di fare una discussione sugli stipendi...». Il premier Matteo Renzi arriva all'assemblea di Confcommercio ed è accolto da contestazioni che avrebbero potuto scivolare in un clima da Italia-Corea ai mondiali del 2002, la partita arbitrata dal «collega» Byron Moreno. Sale sul palco dell'Auditorium della Conciliazione dopo l'intervento del presidente Sangalli e la reazione non è benevola. Fischi e «buu», misti ad applausi di circostanza. Il popolo delle partite Iva e dei «bandoni» - termine molto fiorentino per indicare la saracinesca di un negozio, usato dallo stesso premier - ama poco questo governo.

Non ha fatto abbastanza per rilanciare i consumi. Rischia di cedere alle tentazioni di chi gli chiede di tassare le «cose» (in primo luogo Confindustria) e poi concentra il taglio delle tasse sul bonus da 80 euro, che alla principale confederazione dei commercianti non piace affatto perché quei soldi vanno sotto il materasso. E poi dal bonus sono stati esclusi i lavoratori autonomi, commercianti compresi.

«Una misura di giustizia sociale - dice il premier - lo rivendico con forza e non mi farete cambiare idea, è stato il primo atto e il più simbolico». Il premier accenna al fatto che la misura possa sembrare sbagliata a chi ha redditi alti. I commercianti capiscono il retropensiero: i liberi professionisti sono ricchi. Un delegato si arrabbia e parte un invito al premier a tagliarsi lo stipendio. «Guadagno 5mila euro ed è tanto», ma questo governo è quello che ha messo «il tetto dei 240mila euro: attenzione a perdere la memoria! Fischiate pure, non ho paura, ma sappiate che chi dice che i politici sono tutti uguali fa il vostro male».

La platea di Confcommercio è più dura delle attese e Renzi usa la battuta (efficacissima) dell'arbitro nelle partite nelle appennino tosco-emiliano per guadagnare una simpatia che in parte i delegati gli tributano. Applausi quando parla di migranti, ad esempio. Poi selfie all'uscita.

Ma sulla sostanza le distanze restano. Il premier conferma che non toccherà l'Iva, ma lo fa quasi come un obbligo. «Lo dico perché il presidente Sangalli ha insistito». Sottolinea il fatto che fino a oggi non è aumentata. Applausi timidissimi.

Brusii e qualche fischio quando il premier tenta la captatio benevolentiae lodando sindacati e associazioni datoriali. «C'è ancora bisogno di corpi intermedi». Il riferimento è al passaggio più applaudito di Sangalli. Il pubblico non ci crede. Nemmeno Confcommercio che spinge per un dialogo politica-parti sociali e non vuole un ritorno alla concertazione.

Il vero nodo è il fisco. Non la sterilizzazione dell'Iva che Confcommercio dà per scontata, ma un percorso di reale riduzione della pressione su aziende e famiglie, da realizzare tagliando la spesa pubblica. Il premier ci prova. Dice che il governo ha iniziato «a ridurre le tasse e voi dite giustamente che non è sufficiente e vi lamentate perché iniziamo dalle tasse degli altri. Ma il fatto è che è iniziata l'operazione di riduzione fiscale». Non convince e partono i fischi.

Fischi di merito, da un gruppo di pressione che vorrebbe vedere rappresentata la voce delle aziende. Imprese in preda alla crisi anche per l'eccesso di tasse. Ad esempio sugli immobili commerciali.

Tra i commenti politici c'è un durissimo vicepresidente della Camera Luigi Di Maio: «Oggi i fischi da Confcommercio, presto gli lanceranno le monetine e poi Matteo Renzi a casa. Ormai non incanta più nessuno». Il riferimento è alle monetine lanciate a Bettino Craxi nel 1993. Lo spirito di Confcommercio non è questo. Nemmeno di quelli che hanno fischiato il premier.