Svezia, l'ultima Corea della nostra storia

Quella del '66 fu un'umiliazione, questa è più grave ma ci stiamo abituando...

Una Corea. Peggio di una Corea. Se per cinquant'anni la patria di Kim Jong-un (ma soprattutto di Pak Doo Ik) per noi è stata sinonimo di disfatta, da oggi in poi di fronte a una catastrofe sportiva parleremo sempre di Svezia? Certo, quella di ieri sera è stata una notte nerissima che resterà a lungo negli annali del nostro calcio, ma chissà se riuscirà a soppiantare la debâcle dei mondiali inglesi del 1966 nell'immaginario collettivo e nel lessico del pallone azzurro?

Cominciamo col dire che dal punto di vista sportivo non ci sono paragoni tra le due disfatte: con la Corea almeno ai Mondiali ci eravamo arrivati, questa volta invece ce li dobbiamo guardare in televisione. Ma l'eliminazione con la Svezia è addirittura più grave di quella storica, che sembrava irripetibile, del 1958 contro l'Irlanda del Nord che ci impedì di partecipare ai Mondiali svedesi (sembra una maledizione!) di quell'anno: allora infatti alla fase finale del torneo approdavano solo le migliori sedici squadre al mondo, mentre adesso ne vanno trentadue. Motivo per cui la vergogna dovrebbe essere quanto meno moltiplicata per due.

Disfatta epocale, dunque, anche se questa volta il popolo azzurro sembrava quasi che se la sentisse. E poi, tutto sommato, cominciamo anche ad essere un po' vaccinati contro queste situazioni. L'Irlanda del '58 resta ormai nella memoria solo dei più anziani, ma la sconfitta di Belfast, in fondo, fu il naturale proseguimento di una deriva negativa già iniziata nei due mondiali precedenti quando uscimmo sempre al primo turno: in Brasile nel '50, dove da campioni in carica fummo eliminati dalla Svezia (ci risiamo!), e in Svizzera nel '54, dove fummo battuti due volte dai padroni di casa in base ad una strana formula del girone.

Se vogliamo, quindi, anche l'apocalisse 2017 è figlia delle scoppole dei due mondiali precedenti: quello del 2010, anche qui da campioni in carica, buttati fuori addirittura dalla Slovacchia, e quello del 2014, di fresca memoria, dove a spedirci a casa furono l'Uruguay e persino la Costarica...

Insomma, se Buffon l'altro ieri diceva che non dobbiamo abituarci alla mediocrità, qui ci stiamo assuefacendo alle figuracce. Ormai contiamo quasi più eliminazioni imbarazzanti di titoli iridati. Oggi il tifoso è rassegnato, mentre una volta aveva la bocca buona: non dimentichiamoci che l'Italia venne contestata duramente al ritorno da Germania '74, pur se venne eliminata dall'Argentina e da una super Polonia, senza contare che finì a pomodori per il ct Valcareggi persino dopo la finale persa 4-1 col Brasile nel '70...

E se la Corea del Nord del '66 fece letteratura perché fummo ridicolizzati da una squadra di Ridolini, come l'aveva definita lo stesso Valcareggi, e segnammo una delle più grosse sorprese della storia dei Mondiali, la Corea del Sud del 2002 sollevò quanto meno la rabbia e l'indignazione nazionale con tutta l'Italia a sfogarsi contro l'impresentabile arbitro Byron Moreno, spudoratamente favorevole alla nazionale di casa e indigesto per quella del Trap.

Un alibi ce lo diede anche l'arbitro inglese Aston nel '62 in Cile, mandando su tutte le furie gli azzurri in campo e gli italiani davanti al teleschermo: le espulsioni di David e Ferrini e la tolleranza del gioco duro dei cileni decretarono la nostra uscita di scena che segnò anche la (temporanea) fine degli oriundi in Nazionale: se in Irlanda del Nord pagarono Ghiggia, Schiaffino, Montuori e Da Costa, a Santiago chiusero la carriera azzurra i vari Sivori, Altafini e Maschio. Certo, c'è da rabbrividire pensando anche alla differenza di oriundi convocati: allora tre campioni del mondo, adesso abbiamo cercato di aggrapparci al povero Jorginho...