Tagliò l'orecchio a Farouk: libero Sconto di pena per il bandito Boe

Ieri è uscito dal carcere di Opera ma non ha mai fatto i nomi dei complici Il bimbo restò in ostaggio per 177 giorni, ora fa l'imprenditore col papà

Oggi, da molti, è dimenticata; i più giovani non l'hanno conosciuta. Quarant'anni fa per tutti era l'«Anonima». Sarda. Il nome incuteva terrore, paradigma di rapimenti, prigionie infinite, persone talvolta mai più tornate a casa. Si chiamava «Anonima» -raccontano ex banditi sopravvissuti e oggi incanutiti- perché le bande nascevano quasi per «partenogenesi»: niente rapporti familiari in comune, complici amici di sconosciuti, carcerieri e postini arruolati a tempo, ostaggi da prendere e magari «rivendere» a quasi estranei. Chi non si conosce non si può tradire.

Funzionò a lungo. Matteo Boe, 60 anni tra qualche mese, era uno di questi. Un vero boss. E dopo 25 anni di prigione, senza mai far parlare di sé, condotta esemplare, non una parola di troppo, torna libero. Con cinque d'anticipo. Alle 10.40 di ieri mattina è uscito dal carcere di Opera, alle porte di Milano. Se tornerà mai nel suo paese d'origine, Lula, nemmeno 1.500 abitanti abbarbicati su un cocuzzolo in provincia di Nuoro, lo sapremo presto.

Boe è un nome storico nella storia del banditismo sardo. Quasi una leggenda - un po' come Graziano Mesina - una celebrità per scaltrezza e ferocia. Oggi lo ricordiamo come il rapitore di Farouk Kassam, il bimbo di sette anni figlio di un imprenditore alberghiero della Costa Smeralda, a cui Boe tagliò il lobo di un orecchio spendendolo poi nella missiva di riscatto. Ha sempre negato di essere stato lui. Fu l'ultima violenza della sua carriera criminale. Era il 15 gennaio del 1992 quando il piccolo venne portato via dalla villa dei genitori a Porto Cervo. Rimase in mano ai sequestratori per ben 177 giorni. Dieci miliardi la richiesta per la liberazione. Fu in circostanze mai completamente chiarite e con la intermediazione di Graziano Mesina, che l'11 luglio dello stesso anno, il bambino riabbracciò la sua famiglia. Si narra che il riscatto, alla fine, lo avesse pagato lo Stato.

Oggi Farouk è un imprenditore che vive viaggiando per il mondo e ricorda quanto quell'esperienza lo abbia segnato. «La mia vera battaglia è stata ricominciare a vivere», raccontava al Giornale un paio d'anni fa.

Il bandito sardo venne bloccato, il 13 ottobre 1993, dalla polizia francese di Porto Vecchio, in Corsica, dove si trovava da alcuni giorni insieme con la convivente, Laura Manfredi, all'epoca incinta, e i due figlioletti, Luisa e Andrea. Furono proprio loro a portare i gendarmi sulle tracce del ricercato: la polizia francese li aveva seguiti da Santa Teresa di Gallura, dove si erano imbarcati sul traghetto per Bonifacio. Boe - già latitante prima del rapimento Kassam (era stato implicato nel sequestro dell'imprenditore romano Giulio De Angelis) - venne condannato a trent'anni.

Ma non parlò mai. Rimane, infatti ancor oggi un mistero chi fossero due dei quattro banditi che irruppero nella casa di Farouk e chi fossero i due custodi descritti dall'ostaggio come una vecchia e un uomo basso e tarchiato.

Nel 2003 qualcuno, si vendicò per qualcosa. Cosa non si sa. Una fucilata ammazzò la figlia di Boe, Laura, mentre stendeva i panni. Aveva solo 14 anni, assomigliava molto alla mamma. Forse lei il vero obiettivo. Un altro giallo nella vita di quest'uomo, l'unico riuscito a fuggire dall'Asinara.