Tangenti, cavalli e sciamane. Condannato mister Samsung

Corruzione: 5 anni all'erede del colosso della telefonia. A breve via al processo per l'ex presidente Park Geun-hye

Tradito da un cavallo. Le indagini a carico di Lee Jae-yong, il 49enne vicepresidente della Samsung, condannato ieri a 5 anni di carcere dalla Corte centrale di Seul per corruzione e altri crimini, tra cui abuso di beni sociali e falso giuramento, sono partite dall'intercettazione di alcune telefonate sull'acquisto di un purosangue di razza araba del valore di 37mila dollari. È stata una passione, come tante altre, a innescare quello che la stampa di Seul ha definito «il processo del millennio». Lee stava trattando con un allevatore di Abu Dhabi l'acquisto di Badr II (il nome del purosangue), ma Choi Soon-shil, la consulente della deposta presidente della Corea del Sud Park Geun-hye, si era offerta di regalarglielo. «Lo consideri un dono con cui la signora Park vuole esprime la propria gratitudine nei suoi confronti». La telefonata risaliva al novembre scorso e gli inquirenti da quel momento hanno iniziato a indagare a tutto campo, facendo saltare come tappi di bottiglia pezzi da novanta della nomenclatura sudcoreana.

Lee Jae-yong venne arrestato lo scorso 17 febbraio, pagando a caro prezzo il suo legame con l'ex presidente Park Geun-hye, anche lei in attesa di giudizio per il maxi-scandalo del giro di tangenti che la vede coinvolta. Dalle indagini era infatti venuto a galla che Lee aveva pagato una tangente di 38 milioni di dollari a Choi per ottenere il via libera del governo alla fusione di due aziende (delle 60 controllate) che gli avrebbe permesso di poter succedere al padre Lee Kuhn-ee, colpito da infarto nel 2014, alla guida dell'impero. La fusione avrebbe prodotto l'apertura dei rubinetti di denaro pubblico, con l'ottenimento di un fondo pensione che sarebbe stato utilizzato per irrorare il piano di riassetto della Samsung e rafforzare il controllo dello stesso Lee sulla catena di comando. Choi agiva per conto della presidente, ma controllava di fatto il palazzo presidenziale e influiva in modo determinante sulle decisioni politiche della Park, che per via dello scandalo venne destituita a marzo. La stessa Choi aveva messo in piedi un oliato procedimento di corruzione, avviando un complesso sistema di scatole cinesi per occultare denaro.

La procura aveva chiesto per il top manager 12 anni di carcere. In tribunale il pubblico ministero Yang Jae-Sik ha affermato che «la chiave di tutto è la corruzione. È questa che ha legato il destino del corruttore Lee a quello della corrotta Park». A ottobre nello stesso tribunale andrà in scena una nuova puntata, protagonista l'ex presidente e la sua consulente. «A quel punto vedremo - ha chiosato Yang - se quella chiave riuscirà ad aprire, o a chiudere, anche l'ultima porta di questo incredibile scandalo».

Non sembrano invece esserci ripercussioni per l'azienda che in questi giorni ha festeggiato una trimestrale record da 10 miliardi di dollari. Più che altro con la condanna di Lee si renderanno necessarie nuove nomine (si parla delle due sorelle minori Lee Boo-jin e Lee Seo-hyun) per riequilibrare l'assetto aziendale e pianificare le future strategie di Samsung, in questo periodo alle prese con il lancio del nuovo Galaxy Note 8. Fin dalla sua nomina alla vice-presidenza, nel dicembre del 2012, Lee era tacciato dagli addetti ai lavori come figura priva del carisma del padre, della sua verve imprenditoriale e del suo spirito combattivo. Sarebbe stato poi addirittura offensivo un accostamento con il nonno Lee Byung-chull, che fondò Samsung nel lontanissimo 1938, dando vita da una piccola compagnia operante nel mondo del commercio al marchio tecnologico di riferimento nel mercato dell'elettronica. Per la stampa scandalistica inoltre Lee non era l'uomo con un dottorato presso la Harvard Business School, bensì il protagonista di una delle cause di divorzio economicamente più esose della storia della Corea del Sud. Almeno 70 milioni dollari spesi per separarsi dall'ex moglie Lim Se-ryung.