Quel tappeto rosso dove s'incontrano i Grandi

È il red carpet della politica internazionale, uno spettacolo che unisce teatralità e retorica al mercato del compromesso da corridoio. C'erano tutti ieri a parlare da quel podio serio, con lo sfondo di marmo verde scuro, tutti quei nomi che finiscono sulle prime pagine dei giornali nel mondo. Davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite riunita per la sua settantesima sessione, in meno di dodici ore hanno parlato il segretario generale dell'Onu, certo, il coreano Ban Ki-Moon, il presidente del Brasile Dilma Rousseff, Barack Obama, il leader cinese Xi Jinping, reduce da un incontro alla Casa Bianca, il re giordano Abdullah, il russo Vladimir Putin, l'iraniano Hassan Rouhani, il francese François Hollande, lo sceicco Al Thani del piccolo ma pesante Qatar, Raul Castro - nel suo primo discorso a Palazzo di Vetro - il nigeriano Muhammadu Buhari, l'ex generale egiziano Abdel Fattah Al Sisi...

Nell'arco di una mattina e di un pomeriggio, sono apparsi sul palcoscenico della geopolitica mondiale i principali protagonisti dei dossier più discussi: il conflitto siriano, la crisi dei profughi, il nuovo corso diplomatico tra Stati Uniti e Cuba dopo 54 anni di freddo, la lotta al terrorismo in Libia, Nigeria, Siria, Iraq, il conflitto in Ucraina sono i temi di cui hanno parlato e parleranno i 150 leader riuniti a Palazzo di Vetro. E lo hanno fatto o lo faranno con drammaticità da quel podio scuro, ma anche tra gli scranni, nei corridoi, tra un intervento e l'altro, perché da sempre l'evento mediatico dell'Assemblea Generale è anche occasione per la diplomazia sottobanco, non quella della visita ufficiale, a volte troppo delicata, ma quella "dell'incontro a lato", come si usa dire in gergo.

Ed è per esempio con una telefonata dell'ultimo minuto di Barack Obama a Hassan Rouhani che è nato il germe del tanto controverso accordo sul nucleare. Il presidente iraniano era già a bordo dell'automobile che lo stava portando all'aeroporto, nel 2013, quando si ritrovò al telefono con la Casa Bianca. Il suo predecessore, Mahmoud Ahmadinejad, ha usato più di una volta le luci dell'Assemblea Generale per far parlare di sé, lanciandosi contro Stati Uniti, Europa, Israele. Nel 2012, per esempio, gridò che l'America e l'Unione Europea avevano «affidato la loro anima al diavolo». Le delegazioni americana e israeliana avevano lasciato la sala, già mezza vuota.

Tre anni dopo, l'atmosfera su quel fronte è ben diversa. Nessun incontro è previsto tra Rouhani e Obama, ma il ministro degli Esteri di Teheran, Mohammad Javad Zarif, è indaffarato con i rappresentanti dei sei Paesi che hanno siglato l'intesa nucleare. Ed è sempre «a lato»" dei lavori dell'Assemblea, lontano dalla retorica dei discorsi, che si formano, si disfano o si confermano intrecci e relazioni. La Casa Bianca ha fatto sapere che ci sarà una stretta di mano tra il cubano Raul Castro e il presidente americano - si sono visti l'ultima volta ad aprile al summit delle Americhe di Panama - per rinfrancare quelle storiche aperture diplomatiche che hanno riportato a Washington e L'Avana ambasciatori e ambasciate, mettendo così fine a uno degli ultimi capitoli della Guerra Fredda.

Anche se mai come quest'anno il contrasto e l'opposizione tra Stati Uniti e Russia è stato al centro dell'evento. Sull'Ucraina, ma soprattutto sulla Siria. Erano dieci anni che Vladimir Putin non assisteva ai lavori di un'Assemblea Generale, quindici mesi che non incontrava il suo omologo americano, con cui i rapporti si sa, sono ormai compromessi dai giorni dell'annessione della Crimea, nel 2014. Obama ha parlato per primo, ha usato toni forti sulla questione ucraina, sulla Siria ha spiegato che «non dobbiamo sostenere tiranni come Bashar El Assad... soltanto perché l'alternativa è peggio». Putin ha difeso le posizioni di Mosca: «È un errore enorme non cooperare con il governo siriano» contro lo Stato islamico. Dopo la passione del podio, i due leader si sono incontrati. In cerca di un compromesso.