Tasse, Europa e immigrazione Ora Cameron ha le mani libere

Forte della maggioranza assoluta, il premier punta ad alleggerire il fisco e a rilanciare l'occupazione. Laburisti condannati alla rifondazione

Il risveglio più dolce che mai, dopo «la vittoria più dolce» di sempre, sembra aver trasformato il 10 di Downing Street nella Casa Bianca. «David Cameron ormai è nella posizione di un presidente americano al secondo mandato» spiega Matthew D'Ancona, considerato dai Conservatori il miglior analista del «cameronismo». «L'autorevolezza del premier oggi è al massimo. Ora può scegliersi il governo che vuole». Da lunedì il primo ministro completerà la rosa, dopo la conferma, subito la vittoria, dei quattro pilastri dell'esecutivo uscente: Osborne all'Economia, May all'Interno, Hammond agli Esteri e Fallon alla Difesa. Ma come spenderà il primo ministro il capitale politico che gli elettori gli hanno regalato, attribuendogli la maggioranza assoluta, cioè quella piena governabilità di cui i Tory non godevano dal 1992? «Re» Cameron lo ha spiegato ieri ringraziando gli elettori via Twitter e Facebook e presentando i Tory come i veri paladini dei lavoratori: tagli alle tasse per 30 milioni di inglesi e il congelamento dei tributi fino al 2020 per tutti, nuove abitazioni, la creazione di «milioni» di posti di lavoro (pare almeno due) e un referendum con cui i cittadini potranno decidere se restare o lasciare l'Unione europea. Cameron omette di riferire che in ballo ci sono anche tagli al welfare per 12 miliardi di sterline (16 miliardi di euro) ma gli inglesi erano stati avvertiti dai media e dagli avversari politici e gli hanno accordato fiducia. La crescita c'è e la ri-esplosione dell'economia britannica è una prospettiva all'orizzonte.

Eppure due sfide non da poco si profilano sul suo cammino: ricostruire l'Unione del Regno, minacciata dai nazionalisti scozzesi che hanno fatto il boom in Scozia (il premier ha incontrato subito la leader dell'Snp Nicola Sturgeon) e definire il rapporto con l'Unione Europea, strettamente legato all'allarme immigrazione. Se è vero che la battaglia sul referendum del 2017 potrebbe non essere facile - la maggioranza assoluta del premier è di 12 deputati ma un centinaio di ultra-conservatori potrebbero rialzare la cresta sul nodo europeo - Cameron si presenterà alle trattative più forte che mai, con un'opposizione praticamente azzerata (la resa dei conti nel Labour, dove si invoca il ritorno di David Miliband, fratello del perdente Ed, è appena cominciata). Non farà una campagna per l'uscita ma potrebbe lasciare ai suoi più riottosi libertà di voto sul referendum. Non a caso, a vittoria annunciata, Jean-Claude Juncker ha precisato che la Commissione europea che presiede «è pronta a lavorare costruttivamente con il nuovo governo» ed esaminerà ogni richiesta di modificare le relazioni «in maniera amichevole e oggettiva». Segnali di pace, nonostante la solita precisazione che i Trattati non si toccano. La Ue ha bisogno di Londra quanto Londra ha bisogno della Ue. La prospettiva è un accordo come quello del '92 con la Danimarca: un pacchetto di riforme immediate, da inserire nei Trattati in una fase successiva. Quanto alla Scozia, un buon accordo sulla devolution , accompagnato da riforme che diano più potere anche al Parlamento inglese, potrebbe placare le spinte indipendentiste.

Tenutasi finora in seconda fila da Germania e Francia nelle trattative sulla crisi in Grecia e in Ucraina, Londra potrebbe riconquistare un posto al tavolo - sempre che lo voglia - visto che i rapporti con Putin sono ai minimi e Cameron ha paragonato «l'aggressione» russa a quella della Germania nazista. Quanto agli Stati Uniti, Obama ha confermato il suo impegno «nella speciale relazione» con Londra. Washington non ha digerito i tagli alla Difesa del governo britannico ma questo sarà soprattutto un problema di un futuro presidente Usa che voglia restaurare il potere americano in Medio Oriente.

Commenti

cgf

Dom, 10/05/2015 - 14:32

Torno a vivere in U.K.