Theresa, la nuova lady di ferro cambia le scarpe (e la tattica)

In fumo la promessa di non andare al voto anticipato. La May scorda i dubbi, va a caccia del consenso popolare

A Downing Street, civico 10, il panterato va via come il the. Mai viste tante scarpe con quella roba lì, di pelle varia e fac simile felina, dicesi stampa animalier, ai piedi di una «Prima Ministra» inglese. Margareth Thatcher non avrebbe osato arrivare a tanto, al massimo un paio di ciabatte comprate da Mark&Spencer, oh yes. Theresa May, invece, esibisce la calzatura dovunque e comunque, quando esce di casa e d'ufficio, che sono la stessa cosa ormai, quando si presenta a una convention, quando parla alla Camera dei Comuni o dei Lord, quando incontra Elisabetta la regina, insomma la pantera ai piedi è il suo pin.

Ho detto della Thatcher perché in molti l'hanno paragonata alla signora di ferro che aveva preso la scena e, insieme, la mansione politica massima in una terra così dura e diversa da qualunque altra. Lady May non ha figli e ha perso il padre e la madre: Huber Brasier era pastore protestante e cappellano dell'ospedale di Eastbourne, dove Theresa Mary Brasier nacque il primo giorno di ottobre del Cinquantasei. L'Inghilterra era avvolta dal fumo dello smog, della nebbia, con i muri anneriti dal carbone, i Windsor, nel senso di Elisabetta e Filippo, erano, però, tali e quali a quelli contemporanei, Anthony Eden aveva preso il posto di Winston Churchill come capo del governo. Era il tempo in cui si parlava di una fusione tra Francia e Inghilterra, il primo ministro francese Guy Mollet presentò la proposta, la Francia avrebbe accettato la sovranità di Elisabetta ma Eden respinse l'idea, in verità la fusione sarebbe servita per occupare il canale di Suez, non se ne fece nulla ma è tutta roba vera, i documenti cartacei sono stati ritrovati dopo anni di sussurri.

Padre Huber morì in un incidente automobilistico, nell'Ottantuno; la madre di Theresa, Zaidee Mary, dovette infine arrendersi, un anno dopo, alla sclerosi multipla. Theresa Mary amava gli studi come conferma la sua laurea in geografia ad Oxford. Non per questo le piace girare il mondo. Per esempio, a differenza del suo collega Cameron che se la spassava in vacanza tra marine e piscine, cocktail e grandi vini, Theresa, e suo marito Philippe May, da 25 anni consecutivamente, non mollano la Svizzera e le sue montagne, prima Lucerna, quindi Zermatt e la zona sopra Berna, lunghe camminate con le racchette, escursionisti appassionati, al punto che, a un incontro con la sodale frau Merkel, la May le ha fatto dono di due volumi sui piaceri dell'escursionismo. Presa la laurea in geografia, Theresa si dedicò ai conti, lavorando per la Bank of England dal '77 all'83 e poi per l'Apac, acronimo dell'Association of payment clearing service, l'associazione della maggiori banche con sede a Londra su base volontaria per la regolamentazione, la sorveglianza e la gestione del sistema dei pagamenti. Arida come i numeri, si potrebbe dire, ma tutta da decifrare, scarpe a parte. Di sicuro rigida e bizzarra assieme, capace di trasformare la sua severità con una mimica facciale imprevedibile e improbabile, un viso di gomma per intenderci, boccacce e smorfie che la rendono finalmente umana, anche fragile, per quel diabete mellito che la condiziona quotidianamente con iniezione di insulina. Meglio sarebbe non infierire sul cosiddetto look, Theresa ha abbandonato i fiori di Laura Ashley, ha, per fortuna, tradito il tragico tartan di Vivienne Westwood e, nelle ultime uscite, ha finalmente scelto un tubino, anche se gessato, comunque confermando la scarpa firmata L.K. Bennet, dunque leopardata con tacco a spillo, però, Dio salvi Theresa, rigorosamente basso, con alcuni brillantini a corredo, tanto per ribadire il concetto del lucky look. Insomma una Ice Queen con una spruzzatina di schweppes.

Non ha la fermezza della Thatcher che arrivò a dire, parlando ai romanticoni di una grande Europa unita «I want my money back»,(ridatemi i miei soldi), e, infatti, è stata ribattezzata Theresa Maybe, forse, può darsi, si vedrà. La Brexit è roba sua. Ha capito che in politica le idee sono come il mantice della fisarmonica, si possono aprire e chiudere seguendo le circostanze, anticipando la musica; aveva seccamente smentito qualunque ipotesi di elezioni anticipate e ha annunciato ieri che la consultazione avverrà a giugno. Aveva garantito agli elettori, con quell'accento aristocratico, upper-class, che l'immigrazione sarebbe stata regolamentata in modo definitivo «i migranti pensano che le nostre strade siano lastricate d'oro» ma sa di dover fare i conti con un manipolo di migrati, inglesi di nascita, di lingua e di abitudini, che ne hanno messo in pericolo la sicurezza, sfiorando proprio lei, addirittura, nell'attentato suicida sul ponte di Westminster, costringendola a una fuga fantozziana nel parcheggio della Camera dei Comuni.

Di colpo Theresa May si è spogliata dai dubbi e dai giochi di parole e chiama a raccolta gli inglesi: niente sangue, sudore e lacrime ma un voto, per capire e ribadire chi è la più forte del reame. Elisabetta a parte.