Thyssen, pene ridotte a sette imputati I parenti: «Vergogna»

La rabbia delle famiglie delle vittime del rogo nella fabbrica che nel 2007 provocò sette vittime

S ei anni di processi, quattro sentenze, tre dei giudici di merito e una della Cassazione. E ogni sentenza è stata diversa dalla precedente, fino a quella di ieri, pronunciata alle 15 in punto dalla Corte d'Assise d'Appello di Torino. È racchiusa in questi quattro verdetti la storia del rogo divampato la notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007 nello stabilimento di Torino della ThyssenKrupp e costato la vita a sette operai.

Ieri i giudici hanno ritoccato al ribasso, così come aveva indicato la Cassazione, le pene per i sette imputati, a cominciare da quella dell'amministratore delegato della Thyssen, Harald Espenhanh, condannato a 9 anni e otto mesi contro i dieci precedenti. Ma soprattutto contro i 16 anni e mezzo a cui era stato condannato nel 2011 dai giudici di primo grado che avevano accolto la tesi della procura, pronunciando un verdetto di omicidio volontario con dolo eventuale. Sentenza poi ribaltata dai giudici di appello, che condannarono Espenhanh a dieci anni per omicidio aggravato e incendio colposo. Sembrava dovesse finire così, ma la Cassazione, il 24 aprile di un anno fa, ha ordinato un nuovo processo d'appello per rimodulare le pene. Ed è quello che è stato fatto. Ritocchi lievissimi. Due mesi di sconto all'amministratore delegato. Sette anni e sei mesi di carcere, invece, è la pena inflitta al manager Daniele Moroni (contro i 9 anni della precedente sentenza). A 7 anni e due mesi, poi, è stato condannato il direttore dello stabilimento di corso Regina Margherita, Raffaele Salerno (in precedenza, per lui, c'era stata una condanna a 8 anni e sei mesi). Ecco poi i 6 anni e dieci mesi di carcere stabiliti per i dirigenti Gerald Priegnitz e Marco Pucci (reduci dai 7 anni della precedente sentenza). Infine, 6 anni e otto mesi di reclusione è la pena decisa per il responsabile della sicurezza Cosimo Cafueri (in precedenza, gli anni erano stati 8). Una sentenza che scontenta un po' tutti: la procura generale, che aveva chiesto la conferma della condanne; e i legali degli imputati, che si aspettavano una rimodulazione al ribasso decisamente più incisiva. E infine i familiari delle vittime, la cui rabbia è esplosa dopo la lettura del dispositivo: «È uno schifo, questa non è giustizia. Non finiranno mai in carcere», hanno gridato. Presente alla lettura del dispositivo anche il deputato del Pd, Antonio Boccuzzi, unico superstite di quel rogo. «Con quella di oggi ci sono state quattro sentenze e ogni volta è stato tolto un pezzettino», ha commentato senza nascondere un po' di amarezza. I legali della Thyssen hanno annunciato un nuovo ricorso in Cassazione. «Ci aspettavamo una riduzione della pena più consistente. Purtroppo invece è quasi impercettibile e questo ci lascia assolutamente insoddisfatti», ha detto l'avvocato dell'ad, Ezio Audisio. E proprio il legale, in mattinata, prima che la Corte si riunisse in camera di Consiglio, aveva rivolto ai giudici, nella sua arringa conclusiva, un appello: «Auspichiamo che la vostra sia non una sentenza esemplare, ma misurata e giusta». In alternativa alla pena minima, l'avvocato Audisio aveva chiesto alla Corte d'Assise d'Appello una pena «prossima alla concessione dei benefici alternativi alla detenzione».

Nel corso della sua arringa, il legale aveva ricordato ai giudici che la sentenza della Cassazione «vi chiede di personalizzare le pene» e ha insistito sulla impossibilità dell'ad di poter prevedere quanto avvenuto: «La gestione locale dello stabilimento - ha detto Audisio - non solo non era nota a Espenhahn, ma gli veniva anche in qualche modo mascherata. Quando veniva a Torino trovava sempre uno stabilimento tirato a lucido». Diversa invece era stata la richiesta del pg Vittorio Corsi,che due giorni fa nella sua requisitoria aveva sostenuto che a suo parere non c'erano «margini per una riduzione delle pene».

di Simona Lorenzetti

da Torino

I verdetti che sulla

tragedia Thyssen si sono

alternati, spesso

con esiti contraddittori