Toffa, ultima eroina anti cancro. Così cade il tabù della malattia

Dall'Europa agli Usa sempre più pazienti vip si raccontano. I medici: "Voci importanti, il tumore non è una vergogna"

Per darsi forza e per darla agli altri. Per accendere un faro sulla malattia e aiutare la ricerca. Per uscire dal ruolo di «vittima» ed entrare nei panni del «guerriero». Per dire a chi sta combattendo che non è solo. E che la battaglia si vince anche così, cominciando a togliersi di dosso quella inspiegabile quanto ricorrente sensazione di vergogna. Perché, in definitiva, la malattia non è una colpa. Il racconto di Nadia Toffa in diretta televisiva a Le Iene - lo show che è tornata a condurre su Italia 1 dopo un grave malore due mesi fa - l'ammissione di aver scoperto improvvisamente di essere malata di cancro è solo l'ultimo e più significativo passaggio di una piccola-grande rivoluzione che sta attraversando il variegato universo dei milioni di malati di tumore nel mondo (14 milioni di diagnosi ogni anno, si stima che saliranno a 21 milioni entro il 2030). Dagli Stati Uniti all'Italia, si moltiplicano i racconti di star, vip e potenti che infrangono il mito della perfezione, dell'invincibilità e che vogliono condividere la propria storia per liberarsi di un fardello ma anche per dare una mano alla lotta contro il cancro. È successo qualche giorno fa con la numero uno di Facebook Europa, Nicola Mendelsohn, che ha svelato in un'intervista di eco mondiale al Sunday Times come un anno fa le sia stato diagnosticato un linfoma follicare. «È dura ammettere che ci sono cose che non puoi controllare», ha detto mostrando la fragilità di una donna comune ma anche la nuova forza di una malata-combattente. Appena due settimane fa, il discorso dell'ex ministra inglese Tessa Jowell ha commosso il Parlamento di Londra, che per qualche minuto ha ascoltato in religioso silenzio il racconto sofferto di come una diagnosi possa cambiarti l'esistenza ma anche offrirti opportunità sorprendenti. «Alla fine ciò che dà senso alla vita non è solo il modo in cui la si è vissuta ma come ci si avvicina alla fine», ha detto la baronessa, la testa coperta da un cappello, chiedendo attenzione ancora maggiore per i malati.

Questione di comunicazione, di psicologia. Fattori non secondari di fronte a qualsiasi malattia, ancora di più di fronte ai tumori, usciti solo negli ultimi anni, grazie a nuove cure e a una buona campagna di comunicazione, dal tunnel della incurabilità. Perciò questa sorta di outing collettivo del malato segna la fine di un tabù. Ancora di più perché riguarda personaggi noti, che della propria immagine fanno una bandiera. E che ora non si preoccupano di infrangere il mito della perfezione.

Steve Jobs ci mise un anno e mezzo a dire alla Apple (era il 2004) che aveva un tumore al pancreas e a lungo invocò il diritto alla privacy sul suo stato di salute. Senza andare troppo lontano l'olimpionico Pietro Mennea tenne nascosta a tutti la malattia fino alla morte nel 2013. «In ospedale diceva che era lì per un parente», raccontò poi la moglie. Nadia Toffa invece no. Ha ammesso di indossare una parrucca ed è stata lodata, per il messaggio «importante» che ha lanciato, da molti medici di frontiera, tra cui Stefania Gori, presidente dell'Associazione italiana oncologia medica. Emma Bonino, combattente da sempre, abbiamo imparato ad apprezzarla con i suoi turbanti (indossati anche dall'attrice americana Shannen Doherty) più potenti di molte campagne anti-cancro. Del tumore, che lei chiama «lo stronzo», ha ammesso: «Mi è costato dirlo». Ma il suo è stato un grande esempio per molti pazienti. E in Italia, come all'estero, sono o sono stati tanti. Mara Maionchi, Nanni Moretti, Elisa Isoardi, Flavio Briatore, Paola Ferrari, Nancy Brilli e Marina Ripa di Meana a un certo punto hanno deciso di uscire dal silenzio. All'estero Antonio Banderas, Michael Douglas, Ben Stiller e il calciatore Eric Abidal. Perché la privacy è un diritto sacrosanto e il silenzio una scelta legittima. Ma raccontare può essere una decisione utile e rivoluzionaria.

Commenti
Ritratto di Giano

Giano

Mar, 13/02/2018 - 10:16

Sì, ma evitiamo anche di farne delle "eroine". Una volta i panni sporchi si lavavano in famiglia e sulle malattie si taceva. E non perché si provasse vergogna: si chiamava pudore. Quel pudore che è scomparso definitivamente sostituito, grazie anche ai modelli imposti dai media, dalla esigenza di esibire le proprie nudità; quelle del corpo e quelle dell’anima. Ora sembra quasi un obbligo raccontare al mondo i fatti personali e lavare i panni sporchi nella pubblica piazza. Sembra quasi che avere un tumore sia diventato uno status symbol, qualcosa di cui andare fieri, un titolo di merito da esibire. Forse non sarebbe male recuperare almeno un po’ di quel pudore perduto.