Torino tribunale lumaca Stupratore condannato (ma solo dopo 17 anni)

La vittima si è suicidata, il carnefice è fuggito in Perù. E non tornerà per scontare la pena

Nadia Muratore

Torino Ci sono voluti 17 anni per formulare una condanna di tre anni a un uomo che ripetutamente ha abusato di una bambina che, in attesa di giustizia, non è riuscita a far fronte al dolore e alla vergogna per le violenze subite e si è tolta la vita. Il suo orco, però, non sconterà neppure quella manciata di mesi in carcere, visto che nel frattempo ha deciso di tornarsene in Perù, suo Paese di origine. E difficilmente verrà in Italia a scontare la pena.

Un'esistenza senza pace quella della giovane vittima, che aveva solo cinque anni quando, per la prima volta, a casa sua in Perù, ha subito le attenzioni morbose di un cugino 15enne che, da allora, l'ha molestata per sei lunghi anni. Nel 2000 ha raggiunto sua mamma in Italia, dove aveva trovato un lavoro e una casa, ma la sua speranza di porre fine ad un'esistenza da incubo, fatta di molestie ed abusi, si infrange non appena entra nella sua nuova casa, dove il patrigno - un connazionale di 50 anni - le rivolge le stesse attenzioni morbose dalle quali era fuggita. Per lei sono altri tre anni d'inferno, fino a quando non decide di raccontare ogni cosa. Una verità pesante alla quale credere, persino per sua madre, che non prende le sue difese ma, anzi, la allontana. Sbattuta fuori di casa, viene accolta in una comunità.

Finalmente gli abusi del patrigno sono terminati ma la ragazzina non riesce a fare i conti con il suo passato, con un'esistenza che, fino ad ora, le ha causato solo dolore. Nel 2006, prima ancora che il tribunale di Torino riesca a pronunciare la sentenza di primo grado con cui condanna a 4 anni e 4 mesi di carcere il suo orco, lei si toglie la vita. Il 30 maggio del 2016, 10 anni dopo la sentenza di primo grado, la Corte d'Appello di Torino emette nei confronti dell'uomo il verdetto di condanna a 3 anni e 6 mesi. La sentenza dei giudici torinesi arriva sul filo di lana: 20 giorni e il procedimento penale sarebbe stato prescritto. È una storia processuale tortuosa, scandita da rinvii dibattimentali e per lunghi anni rimasta sepolta in un cassetto della procura generale di Torino. La parola fine viene scritta solo in questi giorni. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal legale dell'uomo, l'avvocato Domenico Peila, cristallizzando così la sentenza della Corte d'Appello. Rinviare gli atti a Torino per una nuovo processo, infatti, avrebbe significato mettere una pietra tombale sulla vicenda e decretare di fatto la prescrizione. Ma la storia non finisce qui e la ragazzina peruviana non otterrà neppure queste briciole di giustizia: per evitare la pena, l'uomo è tornato in patria, in Perù e difficilmente rientrerà in Italia con il rischio di essere arrestato per scontare il carcere.

Una brutta storia dove la vittima, oltre all'adolescente peruviana, è la giustizia che pare avere ben poco di giusto. E purtroppo non è neppure un caso isolato. Solo una ventina di giorni fa, il giudice della Corte d'Appello di Torino, prima di pronunciare la sentenza che ha prosciolto il violentatore di una bambina, ha detto: «Questo è un caso in cui bisogna chiedere scusa al popolo italiano». L'imputato era stato condannato in primo grado a 12 anni di carcere dal tribunale di Alessandria, ma poi è sopraggiunta la prescrizione, in quanto sono trascorsi troppi anni dai fatti contestati: ben 20. Ce ne sono voluti 9 solo per fissare una data tra un grado di giudizio e l'altro. La vittima all'epoca era una bambina, ora è una donna che con coraggio ha commentato: «Voglio solo dimenticare». Chi invece non dovrebbe dimenticare è la giustizia italiana.