«Come Tortora», Pannella ammette la persecuzione

RomaUna vergogna. Una confusione tra piani diversi che resta inammissibile in uno stato di diritto; uno stato che deve rimanere soprattutto laico, anche se spesso lo si dimentica. È dalla Svizzera che Marco Pannella lancia il proprio anatema sulla giustizia italiana, l'eterna malata, e sui giudici che sbagliano. Errori su errori, col risultato che se oggi «gli anti-berlusconiani sono stati sputtanati», è giunto però il momento di fare uno sforzo in più: quello di «capire che lo Stato italiano deve rientrare nella legalità».

Al Vate del radicalismo italiano la prima immagine venuta in mente, alla notizia dell'assoluzione di Berlusconi, è stata quella simbolo della malagiustizia : Enzo Tortora portato via in manette, la penosa via crucis tra carceri e aule di Tribunale, fino alla pronuncia piena della propria assoluta innocenza. Lo dichiara in un'intervista pubblicata dal Quotidiano Nazionale . «Quando ho saputo di Silvio ho pensato allo scandalo di Tortora, al dramma della giustizia», dice Pannella. Un'invasione di campo costante che negli ultimi anni ha condotto i politici a una sorta di subalternità nei confronti dei magistrati. «La politica è condizionata da sentenze manifestamente ingiuste»: non un'accusa generalizzata, s'infervora Pannella, perché «è chiaro che nella corporazione dei giudici esiste una minoranza agguerrita e in buona fede, per carità, che però sbaglia».

Ma c'è un anche altro dato, forse ancora più essenziale, in quella che è da sempre la battaglia pannelliana contro le ingiustizie. È la confusione dei piani, vergogna legata a una morale protocattolica che spesso fa capolino nei tribunali, oltreché nei luoghi comuni propagandati dai mass media. Non si possono «confondere problemi di costume con questioni pubbliche», spiega Pannella. Una cosa è regolarsi come si crede nella propria sfera privata e sessuale, magari reprensibile o per taluni moralmente censurabile, un'altra è condannare una persona sulla base delle proprie convinzioni morali o religiose. Anche perché, è la tesi di Pannella, «c'è roba più seria e urgente per lo Stato italiano» che gli affari privatissimi di Berlusconi. Verso il quale «una componente persecutoria è innegabile». E non ci si può neppure nascondere dietro la presunta obbligatorietà dell'azione penale, perché l'arroganza dei meccanismi giudiziari «colpisce tutti: il 35 per cento della gente che sta in galera viene poi dichiarata innocente».