Totò "la belva" che minacciava pure dal carcere

Quel contadino sanguinario capace di incutere paura anche allo Stato

Il 15 gennaio del '93, il giorno del suo rocambolesco arresto sulla circonvallazione di Palermo (e pure dell'arrivo da procuratore capo di Gian Carlo Caselli nel capoluogo siciliano) sembrava che la mafia stragista fosse al capolinea. Non sembrava vero che lui, dopo oltre vent'anni di latitanza con famiglia al seguito, fosse davvero in gabbia. Non era vero, insegna il senno di poi. Ma lui, Totò Riina detto 'u curtu (il corto, ndr) nonostante gli oltre vent'anni di carcere, il regime di 41 bis, e l'oggettiva impossibilità di potere comunicare più del dovuto, ha continuato a tenere fede all'altro suo soprannome, «la belva». Un titolo conquistato a suon di omicidi, impossibile elencarli tutti, come impossibile elencare tutti gli ergastoli, una quindicina, che pendono sulla sua testa: dalla strage di viale Lazio del 1969 agli eccidi di Capaci e via D'Amelio del '92, da uno dei primi magistrati caduti a Palermo, il procuratore Pietro Scaglione (1971) al boss della vecchia mafia palermitana Stefano Bontade, «il principe». «Il principe» deposto da «re» Riina, che ha imposto su Cosa nostra il dominio dei corleonesi, in tandem con Bernardo Provenzano.

È partito dalla campagna, Riina. Si è messo alla guida di quei contadini dai «peri 'ncritati», i piedi sporchi di fango, che di delitto in delitto hanno conquistato i vertici di Cosa nostra. Era il luogotenente di Luciano Liggio, è riuscito a diventare il capo dei capi di Cosa nostra. Al suo fianco la sorella del suo amico d'infanzia Leoluca Bagarella, Ninetta, la maestrina che lo ha seguito nella latitanza ultraventennale e che gli ha dato quattro figli, due maschi - il secondogenito, Giovanni, è all'ergastolo per mafia e il terzogenito, Giuseppe, ha scontato nove anni per mafia e ora è sottoposto a misura di prevenzione a Padova, un anno fa ha scritto un libro sul padre e finì al centro della bufera per un'intervista a Porta a porta - e due femmine, Maria Concetta e Lucia.

Sanguinario. Se c'è un tratto caratteriale che da sempre i pentiti, unanimi, hanno attribuito a Riina è questo. E del resto, in che altro modo definire uno che ha fatto sterminare i familiari di quelli che hanno «tradito», i pentiti, eliminandoli a tappeto. Se c'è una cosa che Riina non ha mai tollerato è il tradimento. E in fondo da un tradimento - la sentenza della Cassazione che a fine gennaio del 1992 ha confermato le condanne del maxi-processo - nasce la strategia stragista, del '92. L'inizio della sua fine perché un anno dopo, il 15 gennaio del 1993, Riina finisce in cella. Tradito, lui che era il capo, ufficialmente da Balduccio Di Maggio, il pentito del bacio con Andreotti poi finito in disgrazia. Ma forse tradito, almeno nei suoi sospetti, a più alto livello, dal suo amico di sempre Provenzano che era contrario alla strategia stragista che danneggiava gli affari di Cosa nostra. Un giallo. Come quello dell'arresto. Come quello del suo ultimo covo, che adesso è diventato una caserma dei carabinieri.

In carcere dal '93 non ha mai smesso di parlare, Riina. Non con gli «sbirri», è fuori dalla sua natura. Ma lanciando messaggi. Come nel 2013, quando nel carcere di Opera parla a ruota libera (troppo libera, è improbabile che non sapesse di essere spiato) con un affiliato alla criminalità organizzata pugliese, Alberto Lorusso e minaccia il pm della trattativa Stato Mafia Nino Di Matteo: «Questo pm mi sta facendo uscire pazzo, lo farei diventare il primo tonno, il tonno buono. Facciamola grossa e non ne parliamo più. Ci vuole una mazzata nelle corna». A gennaio scorso aveva fatto sapere di voler essere interrogato al processo sulla trattativa Stato-mafia in cui è imputato. Poi ha rinunciato. Un equivoco. O una «tragedia», una recita. Di quelle in cui Totò 'u curtu era maestro.