Trapiantati e «resuscitati» tre cuori fermi

RomaCuori già morti, «resuscitati» anche dopo mezz'ora da quando avevano cessato di battere e poi trapiantati con successo. La notizia che arriva da Sydney, dove un'equipe di chirurghi dell'ospedale Saint Vincent's ha già effettuato tre trapianti di questo tipo, potrebbe rappresentare un'importante novità per rispondere alla cronica carenza di donatori, come ha ricordato il direttore dell'unità di trapianto cuore-polmoni dell'ospedale australiano, Peter MacDonald. Finora, infatti, il trapianto era possibile solo con organi prelevati da donatori in stato di morte cerebrale.

La novità, sulla quale il team australiano ha lavorato per quattro lustri, ruota intorno all'Ocs, l'organ care system , ossia la macchina che permette di «rianimare» e conservare in buone condizioni il cuore in attesa del trapianto. L'organo «morto» viene immerso in una soluzione per la conservazione, perfezionata dal team australiano del Saint Vincent's insieme all'istituto di ricerca cardiaca Victor Chang, e una volta nella scatola, viene collegato a un circuito di fluido sterile che ripristina il battito e mantiene il cuore caldo. In questo modo, peraltro, l'organo può essere conservato molto più a lungo rispetto al sistema tradizionale, e può quindi anche viaggiare per raggiungere donatori più lontani. I ricercatori stanno tentando di determinare per quanto tempo dopo la morte cardiaca è possibile «resuscitare» l'organo, ma sarebbero riusciti a far tornare a battere cuori anche oltre mezz'ora dopo la morte.

La prima persona a ricevere un cuore «resuscitato», due mesi fa, è stata la 57enne australiana Michelle Gribilar, che soffriva di un problema congenito e che ora dice di «sentirsi come una 40enne». Sta bene anche il secondo paziente, Jad Damen, 43 anni, che si è sottoposto al trapianto da appena due settimane.

La notizia è stata accolta con interesse anche in Italia. Per il direttore del Centro nazionale trapianti Alessandro Nanni Costa è «una novità interessante», ma «da studiare con cautela». Secondo Costa, per «non incorrere in problemi etici» è infatti importante comprendere in che modo il team australiano ha accertato la morte dei donatori». Se è stato fatto con «criteri neurologici non ci sono problemi, ma se ci si basa invece su criteri cardiocircolatori bisogna verificare con molta attenzione il protocollo seguito, altrimenti si rischia, come già successo negli Usa, che non si siano seguite tutte le procedure prima della dichiarazione di morte». D'altra parte, la strada seguita a Sydney è da tempo percorsa anche dalla ricerca italiana. «C'è un grande lavoro anche in Italia - conclude Costa - su come mantenere in vita organi come cuore e polmoni dopo la morte del donatore, e alcune esperienze ci sono già anche qui da noi: tutto quello che può aumentare la disponibilità e la qualità degli organi è interessante, ma va valutato con attenzione».