Almeno una buona notizia: Israele e Palestina fanno pace con il pallone

Stretta di mano tra i presidenti delle due federcalcio: niente sospensione per Gerusalemme. Netanyahu: "Fallito il tentativo di espellerci". La mediazione continua

La manifestazione palestinese davanti al congresso

In una delle giornate più nere del calcio mondiale, quella della rielezione di Sepp Blatter a padrone del vapore del pallone mondiale, almeno una buona notizia c'è. È la stretta di mano con cui è stata sancita se non la pace almeno la tregua palonara tra Palestina e Israele. Il Paese arabo ha ritirato la richiesta di sospendere Israele dalla Fifa ma ha ottenuto, con il voto approvato dall'assemblea, la creazione di un Comitato congiunto che dovrà affrontare i temi sul tavolo, compreso quello delle cinque squadre israeliane basate nei Territori Occupati.

Uno scontro che ha animato la giornata, anche a causa della manifestazione di cinquanta palestinesi davanti alla strada antistante alla sede del Congresso della Fifa. Una dimostrante che sventolava una bandiera palestinese è stata buttata fuori dalla sala del Congresso dopo che ha contestato il presidente della Fifa Sepp Blatter urlandogli contro. I palestinesi accusano la federazione israeliana di comportarsi in modo razzista e di ostacolare il calcio palestinese, per esempio applicando restrizioni al movimento dei giocatori all'interno dei territori occupati.

Poi tutto è rientrato. Una stretta di mano tra i presidenti delle due Federcalcio, Ofer Eini e Jibril Rajoub, ha suggellato, dopo la votazione (165 a favore, 18 contrari), l'esito della «mediazione» presentata giovedì sera all'ultimo momento dallo stato ebraico e fortemente invocata dal presidente della Fifa Blatter. Sembra così chiusa la parte «sportiva» dello scontro tutto politico in corso nelle varie organizzazioni internazionali (come mostrato in sede Fifa) tra Autorità nazionale palestinese (Anp) e Israele. Tanto che il premier Benyamin Netanyahu ha sottolineato che «è fallito il tentativo dei palestinesi di espellerci dalla Fifa» definendo quella di Ramallah «una provocazione che allontana la pace invece di avvicinarla».

Una mossa - ha spiegato - che va «ad aggiungersi alle altre unilaterali» compiute dai palestinesi in diverse istituzioni internazionali, mentre «l'unico modo di raggiungere la pace» - ha insistito - passa «attraverso negoziati diretti». Fatto sta che l'Anp, pur rinunciando al voto sulla sospensione di Israele, ha ottenuto con l'accettazione della «mediazione» l'istituzione di un Comitato che ha l'obbligo di risolvere i problemi sul tavolo come chiesto da Rajoub alla Fifa. A cominciare dalla libertà di movimento dei calciatori e allenatori palestinesi dai Territori (Gaza compresa) verso Israele e l'estero (e viceversa), per passare alle tasse doganali che riguardano il calcio palestinese, al denunciato razzismo nei confronti degli atleti e allo status delle cinque squadre israeliane che sono di base nei Territori. Rajoub ha chiesto che a decidere sullo status di queste squadre sia l'Onu ma, fonti in Israele, hanno spiegato che dovrebbe essere la stessa Fifa. «Sono felice per il calcio israeliano e per Israele che la minaccia di espulsione sia stata tolta», ha detto Eini; «ho deciso di ritirare la sospensione, ma questo non significa che ho ceduto sulla resistenza», sottolinea Rajoub.

Insomma, ancora una volta la diplomazia sportiva sembra funzionare meglio di quella tradizionale. Come accadde nei primi anni Settanta del secolo scorso, quando lo scambio di visite tra giocatori di ping pong di Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese negli anni settanta. costituì un primo momento di distensione nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti d'America e aprì le porte alla visita in Cina del presidente statunitense Richard Nixon nel 1972.