Troppi schiaffi dall'India Sui marò si va all'arbitrato

Il governo cede: la via diplomatica è ufficialmente fallita. E ora si intraprende la strada internazionale, ma con due anni di ritardo. Salvo nuovi dietrofront

RomaTre anni, due mesi e venti giorni di attesa possono bastare. L'Italia avrebbe infine deciso di puntare sull'arbitrato internazionale per sbrogliare il groviglio diplomatico-giudiziario del caso marò. Ieri il Corriere della Sera ha rivelato che il governo Renzi sarebbe in procinto di ritirare la proposta di soluzione diplomatica avanzata a Nuova Delhi e rimasta finora insabbiata. Una mossa propedeutica, appunto, all'avvio dell'arbitrato per stabilire a chi tra India, Italia o un Paese terzo e neutrale spetti la giurisdizione del processo sui fucilieri di Marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Soluzione che l'Italia paventa da tempo ma che, finora, non ha voluto attivare. Nonostante la situazione, sintetizza l'ammiraglio di squadra Donato Marzano, sia «ai limiti del sequestro di persona».

Che l'idea non sia nuova è evidente anche spulciando le dichiarazioni sulla vicenda. Più di un anno fa, aprile 2014, il ministro della Difesa Roberta Pinotti dichiarava: «Non abbiamo altra via che ricorrere all'arbitrato internazionale». Ma come è noto, a parte l'«internazionalizzazione» del caso e la creazione di una squadra legale specializzata in diritto internazionale a cui l'Italia si è affidata, al momento l'arbitrato è rimasto uno spauracchio da agitare sperando di rompere la strategia dei rinvii infiniti dell'India, che sia sul fronte giudiziario che diplomatico ha scelto di temporeggiare a oltranza. Rinviando al 7 luglio anche l'udienza della Corte suprema di Delhi che a fine aprile avrebbe dovuto decidere sulla richiesta di revisione presentata dall'Italia contro la sentenza che incardinava a Delhi la giurisdizione sul caso.

Dunque, è finalmente tempo di arbitrato? Non è detto. Intanto perché per ora l'annuncio è informale. Dopo l'anticipazione a mezzo stampa il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha infatti deciso di replicare con un laconico «non commento, sono indiscrezioni». E anche se dalla Farnesina arrivano solide conferme che quella dell'arbitrato è «un'opzione» al momento considerata con molta attenzione, l'estrema cautela delle dichiarazioni ufficiali - pure al netto della delicatezza del caso - non pare priva di significato.

D'altra parte l'arbitrato non garantisce tempi così brevi. Quello «classico» è consensuale, e dunque l'Italia si troverebbe di nuovo a dover affrontare la chiusura al dialogo mostrata dall'India nell'ultimo triennio con tutte le incognite del caso. E al di là della collaborazione o meno di Nuova Delhi, i tempi dell'iter sono per nulla brevi. L'altra possibilità è che l'Italia chieda unilateralmente l'istituzione di un tribunale arbitrale internazionale, previsto dal Tribunale internazionale del diritto del mare, Itlos, che ha sede ad Amburgo, e le cui eventuali decisioni temporanee - tra cui il possibile trasferimento dall'India dei marò - potrebbero essere esecutive nel giro di qualche mese. Ma, in mancanza di posizioni ufficiali, è difficile ipotizzare quale via il governo intenda percorrere.

Di certo l'annuncio a mezzo stampa non è piaciuta a molti. Critici gli azzurri Maurizio Gasparri ed Elio Vito, che plaudono all'arbitrato, ma lamentano che la notizia «non venga comunicata nelle sedi istituzionali proprie». I Cinque Stelle invece ironizzano sul «fallimento politico» del governo che ha battuto invano la strada della «soluzione politica» salvo «svegliarsi tardi». E se il presidente della commissione Esteri del Senato, Pierferdinando Casini, chiede a Gentiloni di «chiarire» la posizione del governo nell'audizione del ministro in calendario per domani, è duro il commento di Ignazio La Russa. L'esponente di Fratelli d'Italia ripercorre la teoria di annunci del governo sulla vicenda e conclude: «È passato oltre un anno dalla prima promessa di Renzi. Vogliamo i marò a casa».