Trump "candida" Mussolini alla corsa per la Casa Bianca

Perfino i repubblicani ora vogliono fermare il loro candidato. Troppo ricco e trasgressivo. Tanto da citare una frase del Duce

I repubblicani della vecchia guardia sono nel panico: come fermare Donald Trump che non risponde al partito e non ha neanche bisogno dei suoi soldi? Un disperato complotto si è messo in moto da un paio di settimane, riunioni dopo riunioni del tutto inutili perché la strategia anti-Trump alla fine non è venuta fuori. Intanto Donald ne ha combinata una delle sue tweettando (o lo ha fatto qualcun altro per lui?) uno slogan attribuito a Mussolini secondo cui «è meglio vivere un giorno da leone che cento anni (ma non erano giorni?) da pecora». Già la sinistra americana lo chiamava «Trumpolini», mentre Google sfornava accoppiamenti fotografici fra espressioni e smorfie del duce (mento in su, aria cipigliosa) e quelle del costruttore newyorchese che però, a differenza di Mussolini, è bravo anche nelle imitazioni e accenti regionali. Dopo il tweet l'accostamento è stato rilanciato, anche se risulta che Mussolini copiò lo slogan da un vecchio detto arabo del 700, citato dal Sultano del Mysore.

Lo scontro politico nel partito repubblicano non riguarda l'accostamento fra Trump e Mussolini, ma il fatto che l'outsider non è per niente «a good boy» conservatore (come Marco Rubio o Ted Cruz) ma un solitario con un ego scatenato che non rispetta alcuna regola e se ne infischia della gerarchia del Grand Old Party, dei suoi soldi e delle tradizioni conservatrici. Trump fa a meno di tutti, vince da solo (finché vince) e non chiede consigli né permessi. Finché l'uomo rappresentava soltanto un fenomeno pittoresco e finché l'establishment poteva contare su candidati mansueti come Jeb Bush (che ha ricevuto per questo finanziamenti astronomici) la classe dirigente repubblicana poteva fare buon viso a cattivo gioco. Ma ormai non è più un gioco: se Trump vince anche nel Super Tuesday, il «super martedì», è fatta: avrà delegati sufficienti per imporre la candidatura alla Convention e sarà lui a vedersela con la Clinton nelle urne da cui uscirà il successore, maschio o femmina, di Barak Obama.

Dieci giorni fa, sabato 19, si sono riuniti in gran segreto i cospiratori repubblicani che vorrebbero liberarsi di lui fuori tempo massimo, ma soltanto per constatare che non esiste fra loro alcun collegamento strategico: «Manca la stanza piena di fumo dove si discute per tutta la notte», ha detto uno di loro. I due cubani Marco Rubio e Ted Cruz hanno ormai pochissime chance di vincere e hanno perso anche la possibilità di entrare nel team con Trump, l'uno o l'altro, come candidati vicepresidenti. Rubio si è chiamato fuori con una scenata in televisione definendo Trump un truffatore («con artist») con un tono acre e irreparabile. Ted Cruz, che è un conservatore evangelico, dichiara che se Trump ottenesse la candidatura, farà sicuramente vincere Hillary Clinton, la quale in South Dakota si è aggiudicata il voto afroamericano in percentuali che neanche Obama riuscì ad ottenere. La frattura fra il partito e il candidato che corre sotto la sua bandiera, è ormai verticale. Inoltre, Trump non è più un uomo solo. Il governatore del New Jersey, il corpulento Chris Christie uscito dalla competizione per la Casa Bianca, è passato dalla parte di Donald con un pubblico «endorsement», l'appoggio ufficiale.

Christie è un governatore potente, un passato da procuratore che lo rese famoso dopo gli attentati dell'undici settembre del 2001, uno che maneggia e controlla voti, un politico molto solido. E, con Christie, Trump ha già pronto il suo candidato vice, che nei filmati sale e scende con lui le scalette dell'aereo. Ma c'è di più. Il businessman e governatore del Maine, Paul LaPage, durante il meeting dei cospiratori che si è tenuto il 19 febbraio al Willard Hotel di Washington DC, prima è insorto contro Donald Trump proponendo un manifesto per boicottarlo perché «la sua nomina ferirebbe a morte il Partito repubblicano». Poi ci ha ripensato e venerdì ha fatto anche lui l'endorsement alla radio dicendo che «Trump sarà uno dei più grandi presidenti». Adesso, con due governatori nel carniere, Christie e LaPage, Trump è praticamente inarrestabile. L'ex stratega delle campagne di George W. Bush (di cui fu l'autorevole Senior Advisor) Karl Rove, ha guidato la riunione dei congiurati dell'Hotel Willard battendo il pugno sul tavolo: «Se Trump vince, per noi è la catastrofe. Ma abbiamo ancora qualche giorno e potremmo farcela». Come? Le cronache non lo dicono e il Super Tuesday è domani.