Trump, faccia feroce con Kim: caccia in volo

Cresce la tensione: sorvolo dei bombardieri americani. Testato il sistema anti missile

Luciano Gulli

Nel crescendo delle «facce feroci», secondo l'antico prontuario napoletano, si passa per la faccia «ferocissima» prima di arrivare a quella «più feroce ancora». Dopo di che, in genere, si passa ai fatti. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, basta la faccia «ferocissima», o quella «cchiù feroce ancora» per disinnescare certe situazioni potenzialmente esplosive, inducendo l'avversario a virare in direzioni di più miti consigli.

Nell'ormai lungo braccio di ferro tra il presidente degli Stati Uniti e quello nordcoreano Kim Jong Un, si direbbe che siamo ormai al terzo stadio, e che manca un nonnulla la classica goccia in bilico sull'orlo del vaso - per indurre gli Stati Uniti a somministrare ai nordcoreani la lezione lungamente promessagli.

Due bombardieri B-1B dell'Aeronautica militare americana hanno sorvolato ieri l'altro la penisola coreana in «risposta diretta» ai recenti test missilistici nordcoreani. La provocazione non si è spinta al punto da penetrare nello spazio aereo di Pyongyang, ma poco c'è mancato. I due bombardieri strategici erano partiti da una base aerea statunitense a Guam, nel Pacifico, e hanno volato in formazione con jet giapponesi e sudcoreani. «Se siamo chiamati ad agire ha detto il comandante delle Forze aeree del Pacifico, il generale Terrence J. O'Shaughnessy - siamo pronti a rispondere in modo rapido, letale e travolgente nel momento e nel luogo di nostra scelta».

Al paffuto dittatore che ama gingillarsi coi missili e i cannoni, la scelta. Una mossa sbagliata, un'altra fesseria delle sue, a base di missili capaci di raggiungere San Francisco (ne hanno) e il piatto caldo gli sarà servito su un vassoio d'argento, con contorno di fortissimi dispiaceri che rischiano di riverberare anche sui rapporti tra Pechino, che ha finora appoggiato lo Stranamore coreano, e Washington. Una prova di forza che in cuor suo Donald Trump si augura, anche per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica interna dai guai in cui si è cacciato col Russiagate prima e l'Obamacare dopo, come è stato osservato recentemente su queste stesse pagine.

Poco prima del sorvolo dei due bombardieri, lo stesso presidente degli Stati Uniti aveva fatto sentire la sua voce, dicendosi «molto deluso» dalla Cina. «I nostri sciocchi leader del passato queste le sue parole - hanno permesso ai cinesi di fare centinaia di miliardi di dollari all'anno nel commercio; ma loro non hanno fatto nulla per noi con la Corea del Nord. Solo chiacchiere. La Cina potrebbe risolvere questo problema facilmente, se volesse». Ma evidentemente, aggiungiamo noi, pensa che ci siano ancora margini prima di arrivare al punto di non ritorno.

Nella corsa al riarmo americano, passi da gigante sta facendo il sistema, dal costo multimiliardario, dei Patriot di nuova generazione (ricordate quelli anti-Saddam nella prima Guerra del Golfo?) che dovrebbero proteggere gli Usa dal lancio di missili balistici intercontinentali della Corea del Nord. È quel sistema Thaad (una sorta di moderno Scudo Stellare preconizzato da Ronald Reagan già nel 1983) capace di neutralizzare in volo i missili nemici in avvicinamento. Sistema che piace pochissimo ai cinesi, giacché il marchingegno, una volta dispiegato nell'alto dei cieli, sarebbe capace, si dice, di «leggere» da altissima distanza anche il loro territorio. Sicché il volo dei due B-1B, oltre ad avere un effetto emolliente sulla burbanza dei generalissimi di Pyongyang, sembra destinato a mostrare una «faccia ferocissima» anche al presidente cinese Xi Jinping. Come dirgli: o ci pensi tu o saremo costretti a farlo noi.