Trump "incoronato" sfidante di Hillary: da oggi l'America svolta

Il partito si allinea alla leadership del tycoon È un nuovo capitolo nella storia degli Usa

È stato un po' come il tentato colpo di Stato di Istanbul: gli insorti hanno vociato, fatto cagnara e poi hanno perso. Dunque, da martedì sera alle undici, ora locale, abbiamo un vincitore. Lui, la zazzera più disegnata dai cartoonist, l'uomo di tutte le vignette, di tutte le contestazioni, amori e odi, il magnate, il tycoon, insomma Donald Trump che ha incassato la nomination. Oggi avverrà l'incoronazione vera e propria perché toccherà al candidato pronunciare il discorso dell'investitura, accettare e scatenare il Grand Old Party nella battaglia finale contro l'avvocato Hillary Rodham Clinton, già First Lady (titolo che in Usa equivale a quello di Regina nella vecchia Europa) e poi segretario di Stato, ovvero ministro degli Esteri, infine candidato democratico alla casa Bianca per le elezioni che si terranno a novembre.

Due mondi, due Americhe vanno in rotta di collisione o di separazione come quando il continente sudamericano si staccò dall'Africa. Ho visto quasi tutte le convenzioni fin dal 1992 (Bill Clinton contro Bob Dole) e in quell'occasione mi capitò anche di ballare con Hillary e con Tippy, la moglie di Al Gore. Erano feste di paese. Oggi il Paese non è più in festa. Oggi l'America è triturata e la supremazia bianca è tornata un tema d'attualità, mentre gli afroamericani non sanno dove andare a sbattere la testa contro il muro. Adesso, bocce ferme. Oggi ascolteremo il discorso di Trump che non potrà essere improvvisato e a tirar via come piace fare a lui. Tutti i suoi advisors gli sono intorno e lui li ascolta pazientemente tutti, anzi con vero piacere.

È l'ora della modestia perché non ci son più mulini a vento repubblicani da abbattere, ma soltanto il grande drago Clinton, chiusa nel suo castello con un margine di vantaggio ancora sensibile. Accanto al candidato naviga sempre Mr. Reince Priebus, il presidente del Comitato nazionale repubblicano e che è diventato uno dei suoi top advisors, quelli che ai tempi di John Fitzgerald Kennedy si chiamavano (teste d'uovo). È lui che ha oliato gli ingranaggi del partito, ha creato contatti e funzionamenti interni, è l'uomo-macchina dell'apparato, che organizza cocktail ed inviti, sempre senza giacca ma con la cravatta rossa, il rosso dei repubblicani.

Quando gli Stati Uniti furono fondati, il modello era un regno democratico a scadenza. Il Presidente e sua moglie dovevano avere tutti i titoli e le carature di nobiltà per ricevere il re d'Inghilterra o di Francia. Il nuovo re sarebbe durato quattro anni rinnovabili ma sarebbe stato comunque un re il cui potere, come in ogni vera monarchia costituzionale, sarebbe stato controllato dal Parlamento e dalle sue feroci commissioni, specialmente quelle del Senato.

Ciò significa che da adesso in poi i due regnanti concorrenti, Donald e Hillary, cominciano un intenso corso di addestramento politico e anche formale. E da oggi «The Donald», come lo chiama la moglie, è sotto controllo di un gruppo di specialisti di cui lui si fida perché li ha scelti. Può fare il matto. Ma solo se i conti sono stati fatti bene: azioni, conseguenze. Da ieri il partito repubblicano, anzi il Grand Old Party, volente o nolente è tutto sotto la sua guida ed ha un solo obiettivo: portarlo alla Casa Bianca. Tutti coloro che hanno mugugnato (e sono davvero tantissimi) dovrebbero fare un passo indietro ma nessuno ne è sicuro.

La Convention sta per chiudersi senza la passerella delle vecchie glorie, salvo qualche scampolo come Rudolph Giuliani, e da adesso comincia il vero lavoro di campagna elettorale non più fra i repubblicani iscritti o simpatizzanti, ma fra gli americani tutti. I bianchi, certamente. Ma anche i neri si sono fatti vivi: vogliono far parte di una destra che non dia per scontato il lassismo. Delle comunità asiatiche non si hanno molte notizie. Sono persone che si sentono molto americane sul passaporto, ma meno nell'anima e faranno una scelta dell'ultimo minuto dopo aver ben soppesato gli accordi e le promesse. I frondisti contro Trump discutono delle elezioni del 2020, chiamandosi fuori con alterigia da questa fase che considerano fuori dal mondo e dalla tradizione. E Trump si sente finalmente a suo agio. Non che soffrisse d'attacchi d'ansia. Ma ora deve soltanto fare ciò che gli piace fare, usare le sue stesse parole e parlare, apparire. Quel che farà e dirà Hillary è ben noto. Ma lui deve ancora approfondire temi di politica estera, di rapporto con i mercati e infine confermare se questo muro del Messico lo farà davvero o no.

Commenti
Ritratto di No_sinistri

No_sinistri

Gio, 21/07/2016 - 09:45

Merita leggere l'articolo de "la stampa" che esalta il trombato Cruz che non ha appoggiato Trump. Questi giornalucoli di sinistra hanno una prospettiva molto limitata e confondono l'invidia con un alto senso delle istituzioni. La sinistra italiota ha iniziato da tempo la demonizzazione di Trump, quasi come se pensassero che il loro inutile pensiero possa minimamente influenzare l'elettorato americano. Magari influenzano quei 4 gatti emigrati in USA che leggevano la stampa in italia e hanno nostalgia del belpaese ma non fa molta differenza. Cari sinistri, con Trump mala tempora per voi...

UNITALIANOINUSA

Gio, 21/07/2016 - 22:59

Guzzanti,che cosa dirai la prossima settimana,nella convention dei democratici? italiano in usa