Trump, Medioriente, sanzioni Ue Putin e le prove di grande Russia

Ma la corsa dello zar a un nuovo mandato passa dai prezzi del greggio

Gian Micalessin

Sulla Crimea, annessa da Mosca nel 2014, volano i missili dell'Ucraina alle prese con una serie di bellicose esercitazioni. E per tutta risposta nel Mar Nero incrociano le navi russe pronte a un'immediata risposta. Ma il rialzo della tensione non turba un Vladimir Putin alle prese, ieri, con il consueto discorso alla nazione russa. «La Russia non cerca nemici, ci servono amici» proclama il presidente sfoggiando il tono conciliante d'uno Zar vittorioso. Uno Zar in grado di gioire su quasi tutti i fronti. Su quello segnato dalla contrapposizione con Washington non può che cantar vittoria. Ha appena assistito al mesto congedo di Obama e al fallimento di Hillary Clinton. Ora deve solo tendere la mano a Donald Trump, proponendogli di «unire gli sforzi nella lotta contro il terrorismo globale».

Sul fronte mediorientale, dove 4 anni fa la Russia sembrava fuori gioco, Putin si presenta come il nuovo «demiurgo». Un demiurgo a cui guardano, obtorto collo, persino quei ribelli siriani che, svanito l'appoggio degli Usa, rischiano di ritrovarsi schiacciati dalla tenaglia stretta dalle forze russe, dal regime siriano e dal governo di Teheran. Non a caso, stando al Financial Times, una delegazione di ribelli d'Aleppo starebbe trattando con i russi una resa onorevole seguita da un piano di riconciliazione nazionale. Putin sarebbe a un passo, insomma, dal negoziare quella «pax siriana» rimasta fin qui un miraggio.

Anche sul fronte europeo, dove la Nato minaccia di dispiegare le sue truppe alla frontiera russa, Putin ha poco di cui preoccuparsi. L'approccio assai più aperto di Trump rischia di lasciar con il cerino acceso la Germania di Angela Merkel e l'Inghilterra di Theresa May. Per non parlare di una Francia dove sia François Fillon, sia Marine Le Pen, i favoriti delle presidenziali di aprile, guardano a un rapporto di collaborazione con Mosca. E neppure le sanzioni Ue sono più un gran problema. A sentir Putin sono l'ostacolo meno serio su un fronte economico dove la Russia sconta mancato rinnovamento tecnologico, scarsi investimenti e insufficiente preparazione dei quadri dirigenti. Su quel fronte, più che su quello internazionale, si gioca però la vera partita di un Putin deciso a garantirsi un nuovo mandato alle presidenziali del 2018. E su quel fronte le vittorie non sono ancora né certe, né evidenti.

Nel 2015 una decrescita economica calcolata al 3,7 per cento e un inflazione arrivata a punte del 13 hanno messo in ginocchio larghi settori della popolazione. Per riconquistarne la fiducia il presidente, che ha appena assistito senza batter ciglio all'arresto per corruzione del ministro dell'economia Aleksej Uljukajev, promette - per il 2017 - un'inflazione al 6 per cento accompagnata da un boom delle esportazioni. Le vendite all'estero di prodotti agricoli fa notare Putin - stanno facendo registrare per la prima volta incassi superiori a quelli del settore armamenti. Ma il suo vero asso nella manica è l'inaspettato ruolo di arbitro assunto nella partita sul prezzo del petrolio giocata da Arabia Saudita e Iran. Una partita in cui sfruttando l'alleanza strategica sulla Siria ha convinto Teheran a ridurre la produzione ai livelli richiesti da un'Arabia Saudita pronta a tutto pur di far risalire il valore del greggio. Un obiettivo raggiunto in pieno visto che questa settimana il prezzo è salito del 10 per cento raggiungendo i 53 dollari al barile. Un'impennata decisamente salubre non solo per i sauditi, ma anche per l'inedito l'arbitro visto che dietro la recessione russa si nasconde proprio la caduta dei prezzi del greggio.