Turchia, muore il giudice sequestrato dai «brigatisti»

Mehmet Selim Kiraz si era occupato del caso di un ragazzo ucciso due anni fa durante le proteste contro Erdogan. Blitz in serata, terroristi uccisi. E il pm muore in ospedale

Sembrerebbe non esserci alcun collegamento tra le due vicende che ieri hanno sconvolto la Turchia: il clamoroso sequestro di un importante magistrato da parte di due estremisti di sinistra a Istanbul, con la sua conseguente morte, in ospedale, dopo il blitz della polizia, e il gigantesco blackout che ha lasciato improvvisamente senza corrente la quasi totalità delle province del Paese.

Mehmet Selim Kiraz era stato il responsabile delle indagini sul caso di Berkin Elvan, il ragazzo di 15 anni ucciso nel giugno 2013 da una capsula di gas lacrimogeno mentre partecipava a una manifestazione di protesta contro il governo per la distruzione del parco Gezi. Quei 600 alberi abbattuti per far posto a un centro commerciale vicino alla centralissima piazza Taksim a Istanbul erano diventati l'occasione per un evento senza precedenti in Turchia: la rivolta di piazza contro l'autoritarismo del governo islamista guidato da Recep Tayyip Erdogan. Il premier aveva reagito con estrema durezza, ordinando alla polizia di usare la forza «nei confronti di quei vandali», come definì i dimostranti che in buona parte erano giovani o giovanissimi. E la forza finì con l'essere usata non solo contro i ragazzi che si paravano davanti alle ruspe a Gezi Park ma anche, nei giorni successivi, contro i milioni di manifestanti che in tutte le principali città turche gridavano la loro indignazione verso il governo del nuovo «sultano»: pagarono con la vita in nove, mentre i feriti furono calcolati addirittura in ottomila.

Mehmet Selim Kiraz, per l'appunto, si occupò di uno di quei casi di omicidio da parte delle forze di sicurezza. E il suo operato non doveva essere andato affatto a genio al gruppo di estrema sinistra Dhkp-C, alcuni membri del quale sono piombati armati ieri nell'ufficio del magistrato al sesto piano del palazzo di Giustizia di Istanbul, prendendolo in ostaggio. Sono state diffuse un paio di immagini inquietanti in stile Brigate Rosse anni Settanta, con l'ostaggio con una pistola puntata a una tempia da un sequestratore con fazzoletto con stella a cinque punte a coprire il volto e le bandiere rosse con falce e martello del gruppo sullo sfondo. I sequestratori pretendevano la confessione in diretta tv dei responsabili della morte di Elvan e la liberazione di quanti furono condannati per la partecipazione alle dimostrazioni contro il governo. Il palazzo è stato evacuato, la strada in cui sorge è stata bloccata e sono arrivate le forze speciali. Ma dopo l'avvio delle trattative e l'imposizione del silenzio stampa «per motivi di sicurezza nazionale», al tramonto è scattato un blitz decisivo: nella sparatoria Kiraz è rimasto prima gravemente ferito, poi è stato trasportato in ospedale e sottoposto a operazione e infine, qualche ora dopo, è stato dichiarato morto dal ministero degli Esteri turco, mentre i terroristi sono stati uccisi durante l'operazione. «Lo abbiamo perso nonostante tutti i nostri sforzi», hanno dichiarato i medici.

Nel frattempo il mistero sul colossale blackout che stava lasciando senza energia elettrica praticamente l'intero Paese continuava. Il blocco della corrente, cominciato in mattinata, aveva interessato tutte le principali città, e in particolare la megalopoli Istanbul e la capitale Ankara. Le cause di un evento considerato eccezionale unicamente per le sue dimensioni («il più grave negli ultimi 15 anni») non venivano chiarite ancora in serata, quando l'elettricità stava tornando in quasi tutta Istanbul. Il premier Ahmet Davutoglu ha spiegato che nessuna ipotesi poteva essere esclusa, «neanche quella dell'attacco terroristico».

Un terzo evento di grande importanza è avvenuto ieri in Turchia, oscurato dai due citati in precedenza. Un tribunale ha assolto i 236 accusati, per lo più alti ufficiali delle forze armate, accusati di un presunto tentativo di colpo di Stato nel 2003 contro il governo già allora guidato da Erdogan. Il cosiddetto «Processo Martello» si era concluso due anni fa con pesanti condanne, sancendo una vittoria di fatto del partito islamista Akp contro i vertici dell'esercito, storicamente garante della laicità della moderna Turchia fondata negli anni Venti da Kemal Atatürk. La corte di Cassazione aveva però annullato la sentenza e imposto la ripetizione del processo, citando il mancato rispetto dei diritti degli accusati.