La Turchia ricatta ancora l'Ue: «Basta visti o stracciamo i patti»

Ankara ora pretende di subordinare l'accordo da 6 miliardi di euro alla fine entro giugno dell'obbligo di autorizzazione per i suoi cittadini

Gian Micalessin

Più che un accordo internazionale è stato un patto con il diavolo. Un patto scellerato auspicato e preteso da una Angela Merkel alle corde. Una Merkel che, pur di arginare l'invasione di migranti causata dalla sua miopia, non ha esitato a vendere la propria anima, e quella dell'intera Europa, alla Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan. Ora però i nodi vengono al pettine. Da ieri il premier turco Ahmet Davutoglu esige il saldo delle contropartite promesse dalla Cancelliera a nome dell'Europa. Pretende cioè che Bruxelles soddisfi la seconda condizione dell'accordo sulla riconsegna dei migranti ad Ankara consentendo a 75 milioni di turchi di entrare in Europa senza visti. «Gli impegni sono reciproci, se l'Unione Europea non fa i passi necessari è impensabile che lo faccia la Turchia», ripete Davutoglu alludendo al patto dello scorso 18 marzo.

Ovviamente la questione non è né così semplice, né così lineare. Per capirlo basta rileggere l'accordo tra Unione Europea e Turchia. L'intesa - oltre a garantire il pagamento di 6 miliardi di euro per i migranti rimandati indietro da qui al 2018 - chiede ad Ankara il rispetto di 72 condizioni politico-diplomatiche. Settantadue condizioni che rappresentano il sine qua non per ottenere le altre due contropartite ovvero l'esenzione dell'obbligo di visto per i cittadini turchi e la riapertura dei negoziati per l'ammissione nella Ue. Ora - benché siano passati solo due mesi dalla firma - Davutoglu non si fa problemi a rivendicare il pieno conseguimento di 58 dei 75 obbiettivi pretesi da Bruxelles promettendo il pieno raggiungimento dei rimanenti 17 entro fine maggio. «Ritengo - sottolinea Davutoglu - che l'esenzione dei visti possa diventare effettiva già a giugno. Se questo non avverrà nessuno può ovviamente aspettarsi che la Turchia rispetti la sua parte dell'accordo».

Stando così le cose l'Europa dovrebbe solo chiedersi se sia peggio la padella o la brace. Ovvero se sia meglio tornare a fare i conti con qualche milione di migranti o ritrovarsi a fronteggiare una moltitudine di 75 milioni di turchi in cui nuotano come pesci nell'acqua fondamentalisti e terroristi islamici. In realtà la situazione non è esattamente quella prospettata dal premier Davutoglu. Per capirlo basta esaminare il rapporto dedicato al processo di avvicinamento della Turchia all'Unione Europea presentato al Parlamento di Strasburgo non più tardi dello scorso 14 aprile, che non sembra proprio confermare le pretese di Davutoglu. «La Turchia - ricorda il documento - è uno dei Paesi con il più alto numero di giornalisti imprigionati al mondo e secondo le classifiche della Freedom House (l'organizzazione americana autrice di un rapporto annuale sul grado di libertà civili e diritti politici Ndr ) non ha ancora una stampa interamente libera, mentre l'accesso a internet è solo parzialmente libero».

Il rapporto punta il dito anche sul «rapido deterioramento della sicurezza» e sui «passi all'indietro registrati nel corso degli ultimi due anni nel campo della libertà di parola, d'espressione e d'opinione». Un deterioramento che relega la Turchia al 149° posto tra i 180 paesi presi in esame nella «Classifica sulla libertà di stampa» preparata da «Reporter senza frontiere». Il rapporto del Parlamento Europeo condanna anche le «recenti dichiarazioni del presidente della Turchia contro la Corte Costituzionale e deplora le crescenti tendenze autoritarie delle autorità turche». Insomma una caduta libera nell'abisso dell'autoritarismo che prefigura un processo esattamente inverso rispetto al rapido avvicinamento agli standard europei rivendicato da Davutoglu. Caduta resa ancor più evidente dalla decisione d'impedire l'accesso nel paese al giornalista tedesco Volker Schwenck, corrispondente dal Medio Oriente della tv pubblica tedesca ARD. Il giornalista, fermato ieri all'aeroporto di Istanbul - lo stesso da cui transitano liberamente i militanti dello Stato Islamico - è stato trattenuto per diverse ore in attesa di un provvedimento d'espulsione. Non proprio, insomma, quel che ci si aspetta di trovare alla frontiera di una nazione decisa a mettere piede in Europa.