Tutti contro la Stabilità Una manovra da buttare

Dopo i tecnici di Camera e Senato anche Istat, Bce e Ue hanno bocciato la finanziaria 2016 È una legge che serve solo a comprare consenso, scaricando i costi su giovani e pensionati

di Tutti contro la legge di Stabilità di Renzi: doveva essere il Bengodi, si sta rivelando per l'imbroglio che è. Una partita di giro, anzi di raggiro, che mette la polvere sotto il tappeto e che, soprattutto, punta a comprarsi il consenso elettorale per le Amministrative del 2016 facendo pagare il conto a chi viene dopo. Non tanto e non solo ai nostri figli, ma all'Italia del 2017 e del 2018 e seguenti. Esattamente come è successo un anno e mezzo fa con gli 80 euro per le Europee del 2014. Tante chiacchiere, tante promesse, tante finte e false riforme, in realtà crescita asfittica e aumento in tutti gli anni della pressione fiscale. Tutto il resto è violenza antidemocratica, noia per i tanti, troppi luoghi comuni. Che prendono in giro gli italiani.

Quella che si è appena conclusa è stata una settimana di passione per il governo Renzi: da lunedì a mercoledì ci sono state le audizioni nelle commissioni Finanze e Bilancio riunite di Camera e Senato e giovedì sono state rese note le stime di crescita del Pil, di deficit, debito pubblico e disoccupazione di Istat e Unione europea, e la Bce ha pubblicato il suo Bollettino economico mensile. Una doccia gelata dopo l'altra. Uno schiaffone dopo l'altro. D'altronde, come potrebbe essere diversamente? Le critiche che i principali organismi internazionali hanno mosso al nostro paese sono oggettive. Se mai non si capisce come abbia potuto fare il ministro Pier Carlo Padoan, già vicesegretario generale e capo economista dell'Ocse e direttore esecutivo italiano al Fondo monetario internazionale, ad avallare gli imbrogli che il suo presidente del Consiglio ha voluto inserire nel disegno di legge.

Quella di Renzi è, infatti, una manovra tutta in deficit. Non si taglia il cattivo debito pubblico, non si taglia la cattiva spesa pubblica, non si tagliano le cattive e clientelari detrazioni e deduzioni, non si tagliano le partecipate per non disturbare nessuno. Si caricano di tasse le generazioni future, facendo pagare ad esse una improbabile riduzione fiscale perché le famiglie e le imprese non consumeranno e non investiranno, tra qualche anno arriverà il conto da pagare, e sarà salatissimo. Non si tagliano le tasse in deficit. Quella di Renzi è una finanziaria da prima Repubblica perché Renzi è opportunista e più attento al consenso del giorno per giorno che a qualsiasi prospettiva riformatrice. Non c'è nulla che garantisca la tenuta dei conti di lungo periodo. Così come nulla si sa sulla spending review , che finirà per tradursi nei soliti famigerati e vituperati tagli lineari da parte dei ministeri, i quali non faranno che spostare da un anno all'altro spese che comunque verranno effettuate. Anche il tasso di disoccupazione in Italia è ben più alto della media dell'Eurozona: al 12,2% nel 2015 contro l'11% medio e all'11,8% nel 2016 contro una media del 10,6%.

Da tutti i dossier, poi, emerge lo stesso leit motiv: l'Italia deve ridurre il debito pubblico. Per non parlare della stoccata di Bruxelles sui conti italiani, per cui il deficit strutturale peggiora di circa mezzo punto «nonostante le positive prospettive di crescita». Stessa riflessione fatta dalla Bce nel suo Bollettino economico mensile: l'Italia non può fare così tanto deficit in un solo anno con tanta leggerezza, altrimenti salta il bilancio. I mercati non staranno a guardare ancora per molto.

E che dire del Financial Times, che ha definito «lassista» la manovra? Secondo il quotidiano Renzi, pur continuando a sostenere a parole le regole europee, mostra invece disprezzo perché vengono di fatto raggirate. Faccia feroce anche da parte della Corte dei Conti, secondo la quale il governo «utilizza al massimo gli spazi di flessibilità disponibili riducendo esplicitamente i margini di protezione dei conti pubblici e lascia sullo sfondo nodi irrisolti (contratti pubblici e pensioni) e questioni aperte». E ancora: «La manovra sconta il carattere temporaneo di alcune coperture e il permanere di clausole di salvaguardia rinviate al futuro. Un loro riassorbimento nel 2017 e nel 2018 richiederà l'individuazione di consistenti tagli di bilancio o aumenti di entrate».

A questo proposito, tornando a quanto osservato dall'Ufficio parlamentare di bilancio: «Il governo basa tutto su un andamento favorevole del quadro tendenziale di finanza pubblica e su sostanziose clausole di salvaguardia, soprattutto sull'Iva». Il che dimostra la mancanza di una strategia chiara di politica economica. Ne deriva che è «molto difficile riconoscere gli obiettivi della programmazione per gli anni successivi al 2016».

Insomma, un coro unanime: la Stabilità fa schifo. Povero Padoan, sbertucciato da tutti i suoi ex colleghi. In meno di due anni da ministro dell'Economia è riuscito a sconfessare quanto costruito e sostenuto nei precedenti trenta. Colpa probabilmente di quel sentimento di ferrea sottomissione nei confronti di un premier disposto a tutto pur di mantenere alto il consenso degli elettori. La definizione dei ruoli nel duo Renzi-Padoan è netta: il primo promette meraviglie, mutuandole dal repertorio politico-programmatico berlusconiano. Il secondo, probabilmente non senza una buona dose di schifo, prova a coprirle come meglio può, salvo poi essere sbugiardato.

Se fosse una favola si intitolerebbe Il principe e la sfinge triste . Sono innumerevoli e patetiche le giravolte che il ministro Padoan ha dovuto compiere per assecondare le pressanti richieste di Renzi. Partiamo dall'innalzamento del tetto per l'uso del contante da 1.000 euro a 3.000. Misura pro evasione? Niente affatto, sostiene oggi Padoan. Eppure solo un anno fa durante un question time alla Camera il ministro aveva sostenuto che «La scelta di limitare il ontante e il progressivo abbassamento della soglia è motivata dall'esigenza di fare emergere le economie sommerse e alla necessità di aumentare la tracciabilità delle movimentazioni finanziarie per contrastare riciclaggio, evasione ed elusione fiscale»

Nel 2013 quando per assecondare le pressioni di Forza Italia Enrico Letta cercava di cancellare l'Imu sulla prima casa, Pier Carlo Padoan allora capo economista Ocse, diceva: «Ridurre le tasse sul lavoro è più importante che ridurre l'Imu». Oggi? Inversione di rotta a 180°. E ancora. Spending review dimezzata? «Ha vinto la sensibilità politica di Renzi». Per non parlare della sforbiciata all'indicizzazione delle pensioni fino al 2018, che altro non è che un prelievo forzoso a carico di quei contribuenti che, dopo una vita di sacrifici percepiscono un assegno superiore a 1.500 euro al mese. Con loro si può, tanto non possono protestare.

Smentisce se stesso Pier Carlo Padoan, i principi in cui credeva, le tesi che ha portato avanti con convinzione in anni e anni di onorata carriera. Un vero peccato. Che tristezza. Il paese non ne può più, ma ha capito che dietro l'angolo c'è il disastro, condito dall'angoscia del taglio delle pensioni in essere, come proposto senza alcuna smentita da Tito Boeri, ineffabile presidente dell'Inps. Ma chi semina il vento dell'angoscia e delle illusioni raccoglierà solo la tempesta democratica di chi non la beve e non ci sta. Ed è la maggioranza.