Tutti i trucchetti pensati dai francesi per fare lo sgambetto al latte italiano

Lactalis non ha mantenuto le promesse. Coldiretti: «Hanno già chiuso 4mila stalle. Il nostro è un rapporto di odio»

«Non è una scalata ostile, vogliamo valorizzare il business e creare sinergie». I francesi alla conquista dei gioielli italiani hanno sempre assunto un aplomb e una diplomazia che alla resa dei conti si è però poi spesso rivelata di facciata. E una volta piantata la bandierina bianca rossa e blu la musica è spesso cambiata, con ricadute non da poco sul made in Italy. Una lezione su tutte arriva dal mondo del «latte» e dal caso Parmalat. Da quando, nel 2011, Lactalis ha lanciato un'Opa sullo storico marchio di latte e formaggi, la convivenza con i cugini d'Oltralpe è stata più che difficile sia sul fronte finanziario sia su quello industriale. «Il nostro rapporto con la multinazionale francese - spiega a il Giornale il capo zootecnia di Coldiretti Giorgio Apostoli - è sempre stato di odio e tregua. Mai d'amore. E solo di recente siamo riusciti a mettere un freno temporaneo a una politica di prezzi che ha messo in grande difficoltà il settore, svelando Lactalis come il peggior pagatore per gli allevatori italiani». L'ultimo atto di una politica «di conquista» partita sotto i peggiori auspici visto che, per oltre 4 anni, hanno aleggiato sull'operazione Parmalat ipotesi di aggiotaggio e insider trading (archiviate in ottobre).

Una scia di guai giudiziari che ha avuto il suo culmine con i procedimenti sull'acquisizione Parmalat-Lag, considerata irregolare da alcuni soci di minoranza e dannosa per avere di fatto sottratto liquidità dalle casse di Collecchio (il tesoretto Bondi). Secondo le accuse, l'operazione nascondeva un «affare di famiglia» per i Besnier che controllavano sia Lag, sia il gruppo di Collecchio, ritrovandosi nel doppio ruolo di compratore e venditore: tesi condivisa dalla Procura che portò alle dimissioni dell'allora cda e ad un pressing che spinse Lactalis a rivedere il prezzo della trattativa con uno sconto di 130 milioni di dollari. Un affare tortuoso che ancora oggi vive su una doppia verità: quella italiana che è convinta del fatto che Lactalis abbia conquistato e spogliato Parmalat del proprio valore per assecondare le mire della famiglia-proprietaria dei Besnier e quella francese che ritiene di essersi sempre mossa nell'interesse della società.

Certo la Parmalat dell'italiano Calisto Tanzi, viene da una storia difficilissima, ma dalla discesa dei francesi in Italia gli «sgambetti» non sono certo mancati. Arrivata nel 2011, dopo aver messo le mani su Galbani e Invernizzi, la famiglia Besnier aveva assicurato investimenti e la nascita, a Parma, di un polo di produzione e distribuzione del latte fresco in Europa. Promessa mai realizzata. Anzi, «dall'acquisizione francese hanno chiuso 4mila stalle italiane», spiega Coldiretti. Certo la crisi e le nuove abitudini alimentari non hanno aiutato, ma comunque non c'è stato lo sviluppo atteso. I francesi hanno chiuso gli stabilimenti Galbani a Gorgonzola e Caravaggio, razionalizzando la produzione o producendo direttamente fuori Italia. «Una guerra del latte che oggi vive una tregua spiega Apostoli grazie all'accordo appena siglato sul prezzo (da 34 a 39 cent al litro) da garantire agli allevatori. Soluzione arrivata dopo un duro braccio di ferro con l'azienda francese che non solo pagava gli allevatori anche sotto i 30 centesimi al litro, con la scusante di allinearsi ai prezzi europei, il cui latte per altro ha una qualità ben diversa dalla nostra. Ma in Liguria è arrivata anche a non ritirare più il latte». E pensare che Emmanuel Besnier, numero uno di Lactalis, aveva garantito che avrebbe privilegiato i produttori di latte italiano. Che il recente accordo sia dunque l'inizio di una inversione di marcia? «Per quattro mesi la situazione dei prezzi è stabilita, poi vedremo cosa accadrà», conclude Apostoli.

Di diverso avviso il presidente di Granarolo, Gianpiero Calzolari, che all'epoca della discesa di Lactalis in Italia aveva tentato una soluzione di sistema per tenere Parmalat in mani italiane: «Abbiamo perso un'occasione di giocare in casa, aprendo le porte del mercato hanno prevalso le logiche speculative». Secondo Granarolo il mercato negli ultimi anni ha subito flessioni del 7-8% annuo, ma la sua stessa struttura cooperativa rispetta la remunerazione della filiera. «Dovremmo trovare un equilibrio e sarebbe utile spiega il presidente che dall'Europa arrivasse un meccanismo di contenimento dei prezzi per dare regole omogenee al settore. Nel frattempo noi italiani rispondiamo con innovazione di prodotto e rispetto della filiera».

Commenti

gpl_srl@yahoo.it

Mer, 21/12/2016 - 14:58

mi auguro che gli italiani sappiano scegliere quando entrano in un supermercato! parmalat è oramai diventato un latte francese: se lo beva tutto sarkozy quando al mattino decide di bere un cappuccino ma non ci insegni come si fa a scegliere un latte od una panna al cento per cento italiana: io lo faccio: costa meno ed è addirittura migliore!

Altoviti

Mer, 21/12/2016 - 15:40

I produttori dovrebbero fare una cooperativa e lasciare Lactalis che non avendo nessun produttore più sarebbe costretto a tornarsene a casa.

Raoul Pontalti

Mer, 21/12/2016 - 18:29

La qualità del latte dipende dalla genetica della bestia produttrice, dall'alimentazione della stessa e dall'ambiente inteso lato sensu (comprese le pratiche di gestione). Il latte italiano non può essere competitivo per ragioni innanzitutto ambientali (clima e e gestione manageriale) e pertanto si deve puntare su produzioni di nicchia di alta qualità (ma correlativamente di scarsa quantità) non alla portata di tute le tasche. Per i meno abbienti convengono le produzioni ordinarie straniere con migliore rapporto qualità/prezzo. Alzate d'ingegno patriottarde non risolvono nulla e condannano altre stalle alla chiusura definitiva. Volendo vivere autarchicamente mangeremmo ceci e mele (e non patate e banane) ci vestiremmo di orbace (e non di lana merina e di cotone) e guideremmo scassatissime FIAT magari a pedali o tirate dai buoi.