La Ue ci molla i profughi e impone le nozze gay

La Corte europea condanna l'Italia: dobbiamo riconoscere le unioni omosessuali

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L'Europa obbliga l'Italia a benedire i matrimoni di gay e lesbiche? Se fosse così, la faccenda sarebbe semplice. Al diavolo l'Europa, fuori subito. E questo persino a prescindere dal merito. Nessuno ha il diritto, neanche i giudici della Corte europea dei diritti umani, di calpestare un popolo sovrano quale noi siamo: non può imporci, ripetendo la famosa frase dei bravacci di don Rodrigo, questo matrimonio s'ha da fare. Manca il (...)

(...) «non», ma mica siamo don Abbondio. Non ci possiamo far dire da nessun prepotente chi sposare e chi no. Sono questioni che riguardano il sentimento che una comunità ha di se stessa, la forma che vuole dare alla sua convivenza: c'è di mezzo un'idea della vita. E dovrebbero essere anche gli italiani e le italiane omosessuali a ribellarsi per questo atto tirannico. Chi infatti ha delegato a sette parrucconi di Strasburgo il potere di scavalcare la sovranità del nostro popolo (art. 1 della Costituzione)? Io no. E nemmeno tu che leggi. Neppure l'Arcigay. Eppure telegiornali e siti internet trasudano di commenti dove il compiacimento per la sentenza diventa obbligo morale e giuridico a istituire i matrimoni gay. Valga per tutti il commento di Amnesty international: «Da anni insistiamo perché l'Italia preveda il matrimonio per coppie dello stesso sesso. Siamo soddisfatti».

Allora prima mettiamo le cose a posto.

La Corte europea dei diritti umani è un tribunale che risolve le controversie tra cittadini e i loro Stati di appartenenza. Sono 47 le bandiere che sventolano fuori da quel palazzo, molte più di quelle (28) che stanno nell'album dell'Unione europea. Qui si parla infatti di Consiglio d'Europa che raccoglie 47 Paesi, tra cui anche la Russia, l'Armenia, la Turchia, il Kazakistan, l'Azerbaijan ecc.

Tre coppie di omosessuali hanno accusato l'Italia di non rispettare i loro diritti. Hanno fatto causa perché fosse condannata per violazione del diritto al matrimonio (art. 12 della Convenzione europea dei diritti umani, in sigla Cedu) per discriminazione in base al sesso (Art. 14). L'Italia è stata condannata invece sulla base dell'art.8, tradotto: non riconosce le coppie gay come una famiglia, con i relativi diritti.

Perciò l'Italia, se vuole evitare alte multe, deve far sì che le coppie omosessuali siano tutelate socialmente. Non spiega come, questa sentenza. Essa consta di 69 pagine. Si fa riferimento persino a sondaggi per cui gli italiani gradirebbero in maggioranza questo riconoscimento. Soprattutto i giudici di Strasburgo della quarta sezione (presieduta da un italiano) hanno preso molto sul serio una sentenza dei colleghi della Corte costituzionale italiana che raccomandava al Parlamento di legiferare sul tema.

I giudici scrivono però che non è in loro potestà fare in modo che «gli Stati garantiscano a una coppia dello stesso sesso l'accesso al matrimoni... nonostante la graduale evoluzione degli Stati in materia: finora sono undici gli Stati membri del Consiglio d'Europa ad aver riconosciuto il matrimonio omosessuale».

Mi permetto di tradurre: la Corte è per le nozze e le famiglie gay, ma deve rispettare «l'evoluzione». Chiara la filosofia. Chi non concede il matrimonio omosessuale è arretrato, ma passin passetto si adeguerà.

Quindi se restiamo sotto il manto di Strasburgo prepariamoci. Hanno un bel dire Sacconi e Giovanardi che ci si può benissimo limitare a riconoscere i diritti individuali, senza adozioni né uteri in affitto e senza pensioni di reversibilità. E dunque la legge oggi in discussione (la Cirinnà) non c'entra un tubo con la sentenza, perché in realtà per pura ipocrisia Renzi e soci si accontentano di chiamare unioni quelli che nella sostanza sono matrimoni. Vero, va detto. Ma non prendiamo in giro noi stessi: l'Europa ha preso questa china, tocca sperare nella Russia...

A me personalmente questo farsi sospingere da Strasburgo ripugna come metodo, e dico no nei contenuti. E alla propaganda fasulla. Di recente un deputato del Pd, Sergio Lattuca, si lamentava della lentezza nel procedere in tema di diritti civili, e ha dichiarato al Corriere della Sera : «Fra poco la battaglia per le nozze gay la fa Papa Francesco!».

Balle. Il Papa, questo Papa, sulle nozze gay, in Argentina, da arcivescovo e presidente della Cei locale, si batté con tutte le energie per impedire quella legislazione. Sia chiaro: questo non significava e non significa affatto una rinuncia alla misericordia né misconoscere valore alle persone e alla loro capacità di amore. Ma il matrimonio o il simil-matrimonio gay che c'entrano? Scrisse Bergoglio che «è una mossa del diavolo». Ma questo è il prossimo articolo.