È ufficiale: fallito l'aumento di capitale Il mercato non crede a Rocca Salimbeni

Il cda dell'istituto senese si arrende: l'operazione non ha avuto successo

Camilla Conti

L'aumento di capitale del Monte dei Paschi non ha raggiunto l'obiettivo. L'annuncio - ormai nell'aria - è arrivato poco prima delle 21 di ieri sera, al termine di un cda convocato nella sede milanese della banca.

L'operazione, lanciata lunedì 19 dicembre e terminata ieri, «non si è chiusa con successo», si legge nel comunicato. Dove viene aggiunto che «Non sono stati raccolti ordini di investimento sufficienti a raggiungere la somma di 5 miliardi di euro, necessaria a consentire il deconsolidamento dei crediti deteriorati e il raggiungimento degli altri obiettivi di rafforzamento patrimoniale». E pensare che l'offerta di conversione volontaria di obbligazioni subordinate in azioni era andata assai meglio delle previsioni iniziali. Più di 2,4 miliardi (e di questi, più di un miliardo arrivato dai piccoli risparmiatori). Ma non sono bastati. È mancato il supporto di un investitore istituzionale di spessore nell'ambito dell'aumento di capitale vero e proprio: il Qatar, che sembrava nella fase iniziale un interlocutore in grado di metter sul piatto almeno 1 miliardo, si è sfilato. I vertici del Monte confermano che non si sono palesati gli anchor investor, circostanza «che ha influito negativamente sulle decisioni di investimento degli investitori istituzionali limitando significativamente gli ordini di sottoscrizione», aggiunge la nota della banca.

Le banche d'affari coinvolte a vario titolo nel consorzio di collocamento dell'aumento di capitale di Mps e nell'operazione di cartolarizzazione, comprese Jp Morgan e Mediobanca, non riceveranno alcuna commissione. Con il fallimento dell'aumento salta, inoltre, la cartolarizzazione di quasi 28 miliardi di sofferenze affidati al fondo Atlante e anche la conversione dei bond. I titoli conferiti in adesione saranno restituiti ai rispettivi portatori nei termini indicati nella relativa documentazione di offerta. Insomma, si ricomincia daccapo. Anzi, dallo Stato. Che ora dovrà dunque aprire il suo ombrello. Nelle sale operative ora ci si interroga su cosa succederà al titolo quando il Tesoro - che ha già il 4% dell'istituto toscano - rafforzerà la sua presa su Rocca Salimbeni. Ieri Mps è salita nuovamente sulle montagne russe in Borsa: in apertura non è riuscita a fare prezzo con un calo teorico di quasi l'8% per poi girare in rialzo e chiudere quindi con l'ennesimo ribasso pesante: -7,48% a 15 euro (nell'ultimo anno le azioni hanno perso oltre l'87% del loro valore). E in serata la Consob decide che tutti i titoli Mps oggi saranno sospesi.

Cosa accadrà nelle prossime settimane? Molto dipenderà da quanto lo Stato rimarrà azionista di maggioranza di Siena. Perché il deciso rafforzamento della quota di capitale nelle mani pubbliche sarà a tempo. E fra le ipotesi che girano c'è un termine a diciotto o persino dodici mesi entro cui lo Stato dovrà uscire. In base alle norme europee (la direttiva Brrd), le misure di sostegno pubblico (come la ricapitalizzazione preventiva) «hanno carattere cautelativo e temporaneo». Il termine potrebbe essere negoziato lungo l'asse Roma-Bruxelles-Francoforte (dove sta la Bce) insieme a un nuovo piano industriale. Il problema sarà poi trovare un nuovo socio di riferimento.

L'intervento del Tesoro, potrebbe partire prima sul fronte dell'assistenza sulla liquidità - il Monte ne ha solo per 4 mesi - sotto forma di garanzia pubblica alle emissioni di bond che hanno le scadenze più ravvicinate, e poi su quello del patrimonio.

Commenti
Ritratto di DuduNakamura

DuduNakamura

Ven, 23/12/2016 - 08:25

Qualcuno comunque ha rubato 50Mld da Montepaschi. Mai una volta che chi ruba renda il maltolto, se poi si facesse un giro nelle patrie galere tantomeglio.

Zizzigo

Ven, 23/12/2016 - 10:11

Difficile reperire dei masochisti che si accollino i rifiuti altrui... così, i rifiuti, verranno scaricati, come di consueto, addosso a tutti gli italiani.

Kamen

Ven, 23/12/2016 - 11:36

E' l'ennesima conferma dell'assioma comunista che stabilisce che quello che è mio è mio e quello che è tuo è mio.