In un'aula semi deserta Renzi si fa approvare la riforma che non serve

Il premier alla Camera per l'ultima lettura del ddl Boschi. Ma le opposizioni se ne vanno

Roma È «una giornata storica», dice Matteo Renzi. Ma l'emiciclo di Montecitorio è mezzo vuoto: le opposizioni proclamano solennemente l'Aventino e abbandonano l'aula, nel giorno in cui inizia, con l'intervento del premier, l'ultima lettura parlamentare della nuova Costituzione.

Un abbandono motivato col fatto che, a loro dire, la Camera avrebbe dovuto mettere le riforme in stand by in attesa del voto della nuova mozione di sfiducia presentata in Senato. Così i cinque deputati grillini presenti inscenano una piccola manifestazione davanti a Montecitorio contro quello che definiscono con la consueta sobrietà «il governo dei marchettari», i pochi di Forza Italia si alzano ed escono platealmente quando entra il premier, seguiti dai tre leghisti. In aula restano il Pd (con diverse decine di assenti, soprattutto della minoranza: Pierluigi Bersani ad esempio non si è fatto vedere), con il banco del governo presidiato in massa (anche se la titolare delle riforme, Maria Elena Boschi, è a Londra perché invitata dal Parlamento di Westminster ad illustrare la nuova Costituzione italiana), i centristi di Ncd e Ala.

«Si può essere d'accordo o meno con il lavoro del Parlamento su questo ddl esordisce il premier - ma ciò che deve essere chiaro è che oggi vince la democrazia, che non si chiama ostruzionismo o fuga dall'aula perché non ha i voti, ma si chiama confronto e discussione e poi espressione libera e democratica di voto». Poi il messaggio sferzante agli aventiniani: «Dicono andiamo fuori dal Parlamento per mandare a casa il governo. Ma quando si andrà a votare tanti di loro resteranno fuori dal Parlamento, e non credo sarà un problema per la stragrande maggioranza degli elettori».

Matteo Renzi sceglie un registro tutto nel merito, confutando una per una, in 25 punti che si è diligentemente scritto sulla base degli interventi dei contrari alla riforma, le critiche al suo ddl. Anche se, in Transatlantico, si lascia sfuggire qualche battuta più tagliente: «Ho voluto fare un intervento tutto interno al dibattito parlamentare perché è giusto che resti agli atti che molte delle obiezioni a questa riforma sono fatte da persone che non hanno mai letto la nostra costituzione, o che non la hanno capita: quelli per esempio che dicono che io non sarei stato eletto dal popolo, quando la Carta spiega chiaramente che il presidente del Consiglio è votato dal Parlamento». Certo, ammette ironico, «sentite molte teorie dell'opposizione e molte denunce sulla democrazia in pericolo, l'unica risposta che avrei dovuto dare era un vibrante ma de che?, alla romana. Ma ho preferito replicare punto per punto, perché resti scritto». Il premier guarda oltre, al referendum costituzionale d'ottobre, nel quale «mi gioco tutto», dice, e a chi gli chiede che percentuale si prefigga, risponde eludendo la questione: «il centrosinistra vinse nel 2001 con il 34% di affluenza ricorda - ma a me basta vincere». I suoi già discutono della creazione dei comitati per il sì in giro per l'Italia. Comitati che, secondo il tam tam parlamentare, potrebbero essere presieduti nientemeno che da Giorgio Napolitano. Per il quale, non a caso, Renzi ha chiamato ieri l'applauso del Parlamento: «C'è un senatore a cui dobbiamo tutto. Non è qui oggi, ma senza di lui tutto questo passaggio non sarebbe stato possibile: è Napolitano. Fu lui a sfidare voi parlamentari a fare di questa legislatura la legislatura delle riforme». Poi rende omaggio al Parlamento, opposizione inclusa: «Per la prima volta la classe politica mostra il meglio. Riforma se stessa, e non altrettanto hanno fatto altre parti della classe dirigente di questo Paese».