Un'illusione la stretta di mano. Dietro la fotografia c'è il vuoto

Premier in posa con i leader libici come Macron a maggio Dalla conferenza escono molte parole. Tutte da verificare

Quando si concludono le conferenze internazionali è sempre il caso di prendersi il tempo per lasciar diradare la cortina di fumo che è l'effetto quasi fisico della gran quantità di parole spese. Esercizio più che mai opportuno oggi che, finita la musica e ripartiti gli amici o presunti tali, siamo a interrogarci su cosa rimarrà di quella di Palermo sulla Libia, oltre alla foto tanto desiderata da Giuseppe Conte con i due rivali Fayez el-Serraj e Khalifa Haftar.

Riflettiamo. La conferenza siciliana è stata convocata nel tentativo di offrire un contraltare credibile a quella organizzata nello scorso maggio a Parigi. In quell'occasione il presidente francese Emmanuel Macron, che sostiene sulla Libia interessi nazionali confliggenti con quelli italiani, aveva insistito sulla necessità di tenere all'inizio di dicembre nell'intero Paese nordafricano elezioni politiche che avrebbero verosimilmente portato alla vittoria il suo pupillo Haftar, progetto poi fallito con tanto di cannonate a Tripoli. Nel frattempo l'Italia aveva lanciato il suo controprogetto palermitano, con l'obiettivo prioritario di dimostrare che la nostra influenza sulla Libia non è inferiore a quella francese.

Ora, alla luce di quanto si è visto a Palermo, su questo punto è lecito sollevare qualche dubbio. Intanto perché sulla carta il nostro referente in Libia dovrebbe essere Serraj, ma Conte ha fatto di tutto per far sentire a Haftar che il protagonista doveva essere lui. Dopodiché tutto ciò che Haftar ha fatto a Palermo è stato rispondere alle pressioni esercitate da Roma e dal Cairo perché facesse atto di presenza, salvo rifiutarsi di partecipare ai lavori (e men che meno di comparire nelle foto di gruppo finale) sottolineando con parole anche piuttosto insolenti la sua convinzione che fossero del tutto inutili. Al suo rivale Serraj, oltre a una formale stretta di mano, ha offerto solo una frase ambigua sull'inopportunità di cambiare cavallo mentre si attraversa il fiume. Frase che gli ottimisti hanno letto come una garanzia del rispetto che porterebbe verso il suo ruolo, mentre i pessimisti ci vedono una chiara indicazione su chi sia il cavaliere, cioè lui medesimo.

Se poi aggiungiamo che due giorni di colloqui non hanno prodotto nemmeno un documento finale, non sembra eccessivo parlare di vuoto dietro la bella fotografia. È vero che ora la diplomazia italiana sottolinea che a Palermo si è lavorato per l'Onu, con l'obiettivo di favorire la conferenza nazionale libica di primavera ed elezioni politiche «decise dai libici» (cioè non dai francesi). Ma è forse ancor più vero che dopo Palermo, una volta diradato il famoso fumo delle troppe parole, proprio non si vede cosa sia cambiato in meglio, cosa autorizzi a sperare che la Libia potrà diventare un Paese normale.

Ieri è stato giustamente osservato che nessun Paese, nemmeno cercandolo tra i più potenti, è in grado di ricomporre da solo il puzzle libico, mentre sono molti, anzi decisamente troppi, quelli in grado di usare la propria influenza per continuare a fare i propri interessi in Libia mantenendola divisa.

Sorge dunque il dubbio che proprio a nessuno, chiacchiere a parte, convenga restituire alla Libia lo status di Paese pacificato e unito. A nessuno tranne che all'Italia, naturalmente, l'unica che ha qualcosa da perdere dal permanere sul suolo libico di milizie rivali sostenute e armate da potenze straniere. Prima della geniale idea di Sarkozy di eliminare Gheddafi, l'Italia godeva di un ruolo privilegiato in Libia, che ora ci è famelicamente conteso. E parliamo di interessi concreti, altro che «spirito di Palermo».