Unioni civili, la resa Pd: «Senza numeri»

Il ministro Boschi ammette il pasticcio al Senato: «Ora serve un'intesa». Si va verso lo stralcio delle adozioni gay

Roma Sarà la stanchezza, sarà l'accerchiamento di cui è fatto segno, sarà che - prima o poi - i nodi vengono al pettine. E forse non è neppure un caso che capiti proprio sulla materia delle unioni civili, che tanto imbarazzo e gelo hanno provocato tra Palazzo Chigi e Vaticano. Eppure al termine del Consiglio dei ministri di ieri, presieduto da Padoan visto che Renzi era a Bruxelles, la ministro Maria Etruria Boschi è tornata a parlare del disegno di legge che stenta a farsi strada al Senato. E ha ammesso, papale papale: «Le leggi si fanno se ci sono i numeri, a oggi in Senato il Pd non è autosufficiente, non lo è nemmeno se sommiamo i voti di Sel. Quindi dobbiamo creare un punto d'incontro tra le forze che ci sono». Serve una «sintesi» tra le forze di coalizione, dice la Boschi. Che si rammenta, in questo frangente così delicato, persino dell'esistenza di Alfano e degli altri «alleati minori». «Il governo rappresenta sensibilità diverse», spiega ora. E aggiunge il vaticinio per il quale, «pur non avendo sfere di cristallo, penso che la strada non sia lunga, ma breve». Segno che la maggioranza sta rivalutando proprio l'ipotesi che aveva scartato all'inizio dell'iter della legge Cirinnà, ovvero che si andrà allo stralcio della parte riguardante la stepchild adoption, sulla quale si erano concentrati gli strali delle opposizioni.L'ansia di scaricare su altri - il cosiddetto «voltafaccia di M5S» che ha messo in braghe di tela il governo - le colpe della mancata promessa fatta al mondo Lbgt, cioè l'approvazione rapida della legge, pare aver reso finalmente lampante anche alla ministra ciò che è sotto gli occhi di tutti: cioè che il governo Renzi è finito (o finto) e da mesi non ha i numeri al Senato. Eppure la Boschi è andata anche oltre, nel cupio dissolvi che sta pervadendo la maggioranza: «Se perdiamo il referendum, è naturale e serio non continuare». Ora, è vero che anche il premier Renzi, puntando a personalizzare quel che sarà il voto di ottobre sulle riforme, aveva legato la propria permanenza a Palazzo Chigi all'approvazione del referendum confermativo. Ma, proprio come dice la Boschi, quel voto «non è affatto scontato», e il rischio di perdere sta crescendo. Con la postilla, non detta, che se invece dovesse andare a bene, è altrettanto prevedibile che Renzi voglia portare il Paese alle urne nella primavera del 2017.Per ora, però, lo stellone è in discesa persino nel Pd, chiamato domani a un'Assemblea nazionale lacerata, per la quale vengono evocati i rischi di una richiesta di anticipo del congresso. Sembra il solito specchietto per le allodole, visto che Renzi ha facile gioco nel dominare una platea di depressi (la minoranza di sinistra) in virtù della cospicua maggioranza di cui s'è dotato. Anche domani tutto fa pensare che chiamerà il partito «alla responsabilità di governare l'Italia», come nell'ultima Direzione. Frase per tutte le stagioni che gode di gran seguito, da quelle parti.RooS