Usavano i soldi della Lega: condannati i due Bossi

Due anni e tre mesi per il Senatùr, un anno e sei mesi al figlio Renzo, che ammette: «Me l'aspettavo»

«Dispiace dal punto di vista umano. Ma Umberto Bossi fa parte di un'altra era politica». È passata un'ora scarsa dalla sentenza, e Matteo Salvini tira con freddezza le somme del processo che ha portato sul banco degli imputati l'uomo senza il quale né la Lega Nord né lo stesso Salvini oggi esisterebbero: Umberto Bossi è stato condannato a due anni e tre mesi di carcere, accusato di avere depredato centinaia di migliaia di euro dalle casse del partito da lui creato. E il commento gelido di Salvini sembra voler spedire in archivio anche lo scontro interno alla Lega che dell'inchiesta giudiziaria in buona parte si alimentò.

Appropriazione indebita: questo il reato di cui il giudice Maria Luisa Balzarotti dichiara colpevole Bossi, e insieme a lui suo figlio Renzo, che da questo processo resterà etichettato a lungo per la storia della laurea farlocca in Albania, e che viene condannato a un anno e mezzo; mentre inevitabilmente la pena maggiore, due anni e sei mesi, va all'uomo che fin dalle prime mosse le inchieste giudiziarie individuarono come il vero artefice dei giganteschi pasticci della cassa leghista, tra speculazioni in diamanti e investimenti a Cipro e Ginevra: Francesco Belsito, il tesoriere, l'unico degli imputati a finire in galera, nell'aprile di tre anni fa.

Un salvadanaio dove mettevano le mani in tanti, senza che il Senatùr, segnato dalla malattia, sapesse o volesse opporsi. Questo erano le finanze del Carroccio, nella crepuscolo dell'epoca bossiana. E d'altronde lo raccontava crudamente Nadia Dagrada, da sempre donna di fiducia dell'Umberto: «Se questi vanno a vedere quelle che sono le spese, lui e la sua famiglia sono finiti, rischiano di non vedere più non solo un voto, ma di non avere più nulla a che spartire con la Lega, poiché si tratta di cose della famiglia, sono tutte per loro».

La laurea del Trota, la Porsche di Riccardo Bossi (l'altro figlio, che ha già patteggiato), i lavori nella villa di Gemonio, le multe non pagate: è lungo l'elenco delle spese allegre della Family», riassunte nella cartelletta omonima scoperta dai pm in una cassaforte. Davanti a queste disinvolture, il nuovo vertice leghista prima scelse di costituirsi parte civile contro il padre fondatore, poi ci ripensò («per ragioni di natura squisitamente politica», scrisse Matteo Salvini al difensore) e uscì dal processo.

Forse fu anche un modo per stare alla larga dal lato meno folcloristico della vicenda, il retrogusto di contatti oscuri tra le finanze del Carroccio e ambienti malavitosi. Anche sulla gestione di questo coté si azzuffarono le tre Procure che all'inizio indagavano sull'affaire - Milano, Reggio Calabria e Napoli, e che si pestarono vicendevolmente i piedi. Come quando dalla Procura di Napoli, tanto per cambiare, uscirono verbali che non sarebbero dovuti uscire, o quando il pm partenopeo Henry John Woodcock si presentò a guidare personalmente l'irruzione dei Noe in via Bellerio. Poi l'indagine napoletana si dissolse per incompetenza territoriale.

Ieri Umberto Bossi non è in aula ad ascoltare il verdetto che chiude nel modo più triste una saga iniziata trent'anni fa. Suo figlio e Belsito invece se ne stanno lì, sulla stessa panca, uno accanto all'altro ad ascoltare il giudice che li condanna. «È solo il primo grado, me la aspettavo ma andiamo avanti» (Renzo Bossi). «È una sentenza ingiusta, voglio proprio vedere le motivazioni» (Francesco Belsito).

Commenti
Ritratto di Gianfranco Robert Porelli

Gianfranco Robe...

Mar, 11/07/2017 - 12:34

Bossi ne ha fatte più di Bertoldo, ma non è un Masaniello, perché almeno ha lasciato dietro di sé Matteo Salvini. Poi si è fatto da parte.

Ritratto di Roberto_70

Anonimo (non verificato)