Vacanze macabre: i luoghi di sciagura diventano trendy

Nascono piattaforme per visitare aree segnate da lutti e crisi: dal War Tunnel di Sarajevo al tour della recessione in Grecia

La maggior parte delle persone, quando pensa a una vacanza, immagina mare cristallino, vette innevate, oppure passeggiate in una città d'arte. Banali. Questi sono scenari tipici, ma se vacanza è uscire dalle proprie attività ordinarie, allora nel concetto rientra anche il «dark tourism», il turismo in luoghi legati a eventi storici sanguinosi, catastrofi naturali, guerre – magari in corso – , Paesi governati da regimi. Fenomeno di minoranza, certo, ma abbastanza cospicua da giustificare la nascita di piattaforme e società specializzate in questi tipi di viaggi. Non si tratta di quei tour di mezza giornata, tipo il percorso sulle orme di Jack lo Squartatore a Londra (se cercate online «Jack the Ripper tours» troverete almeno 4 società che lo propongono, costa attorno alle 10 sterline). No: qui si parla di interi pacchetti studiati ad hoc, pensati tappa dopo tappa per soddisfare la curiosità su un certo tema. Talvolta macabro. Una tendenza cui l'università inglese del Lancashire centrale ha deciso persino di dedicare un istituto di ricerca apposito.

Meta sempreverde in questo senso è l'ex Jugoslavia: a 20 anni dalla fine del conflitto il War Tunnel, 800 metri di corridoio scavato sotto il suolo di Sarajevo dai bosniaci per far passare cibo, armi, aiuti umanitari sfuggendo al controllo serbo, è uno dei posti più visitati della città. Un profondo conoscitore della zona come Nicholas Wood, ex corrispondente dai Balcani per il New York Times (e prima per Bbc e Cbs ) ha fiutato il business e fondato la società Political Tours, che propone viaggi, oltre che alla scoperta della guerra in Bosnia, anche nei territori tra Israele e Palestina, in Irlanda del Nord, Iran, Cina, nei «luoghi della crisi finanziaria dalle sue origini», in quelli del «debito pubblico del Regno Unito», in Ucraina e persino in Corea del Nord. Wood la definisce «una nicchia di mercato nuova, in cui il cliente vuole un'esperienza più stimolante, in grado di migliorare la sua comprensione del mondo».

C'è un aspetto speculativo, buono: la voglia, nella pioggia di informazioni da giornali, tv e internet, di capire qualcosa di più, coi propri occhi. Ma il «dark tourism» è un viaggio al confine tra approfondimento e safari nei luoghi della disperazione. Perché c'è anche una componente emotiva, che ha a che fare con il godimento catartico ed egoista per le sventure altrui. Un aspetto, questo, che ha raccontato il giornalista ateniese Kosta Kallergis sul suo blog «When the crisis hit the fan»: dal secondo anno della Grande Crisi la Grecia ha cominciato a pullulare di scolaresche, universitari, attivisti, fino a diventare una delle destinazioni recenti preferite dai dark tourists. Con 70 euro le agenzie offrono il percorso della recessione: si parte da piazza Syntagma e si finisce in un bar a discutere con intellettuali caduti in disgrazia. «Pian piano - scrive Kallergis, - mi è sembrato che Atene diventasse uno spettacolo simile a Chernobyl, con gente che si diverte a scattare foto in quel che resta del disastro». E alcuni, aggiunge, «sono come ragazzini che invece di andare a Roma e lanciare una moneta nella fontana di Trevi vengono ad Atene a lanciare una pietra contro un poliziotto. Non chiedetemi se prima esprimono un desiderio». Qui veniamo a una branca particolare del «dark tourism», il «riot tourism»: partire verso la protesta di piazza di turno, come in servizio permanente alla rivoluzione globale 2.0. Alcuni siti – il più noto è vagabondish.com – ne parlano apertamente, indicando anche i Paesi più caldi (in testa c'è la Grecia, seguita a pari merito da Francia e Italia).

Nella sua forma invece più deteriore e istintiva, il «dark tourism» lo abbiamo visto anche da noi: i selfie con lo sfondo della crociera Costa arenata al Giglio, davanti alla casa di Saha Scazzi, a quella di Cogne dove fu ucciso il piccolo Samuele o di Novi Ligure dove una ragazzina e il fidanzato sterminarono la famiglia di lei, erano sintomi di voyerismo e narcisismo nella febbre da condivisione sui social network. Pellegrinaggi mediatici dell'orrore, ancora – per fortuna - poco organizzati. Qualcuno ad Avetrana ci provò con dei bus, il sindaco dovette chiudere le strade.

Twitter @giulianadevivo

Commenti

vince50

Ven, 29/05/2015 - 15:07

Niente di cui stupirsi,basta vedere le vendite dei giornali di cronaca nera quando accadono drammi di varia natura.Se si pubblicassero riviste di ottime notizie rimarrebbero quasi tutte invendute.