Vallanzasca: "Incastrato per le parole su Pantani"

Domani nuova udienza del processo per furto. Un camorrista a Vallanzasca: "Al Giro non puntare sul pelatino, sarà escluso"

Cinque pagine che ruotano intorno ad una domanda: «Chi può aver avuto interesse ad incastrarmi?» Renato Vallanzasca scrive ai «suoi» pm milanesi e a quello di Forlì, Sergio Sottani, che ha aperto un'inchiesta che in qualche modo potrebbe riguardarlo: quella «sull'esclusione - come la chiama lui - di Marco Pantani dal giro d'Italia». Vale a dire la clamorosa squalifica del Pirata, a giro ormai vinto, nel '99, causa controllo doping sulle montagne delle Dolomiti.

È difficile legare in una sorta di complotto le disavventure di Pantani e l'ultimo scivolone di Vallanzasca, pescato a rubare un paio di boxer in un supermercato di Milano il 13 giugno scorso. Il problema è che l'ex pericolo pubblico numero uno per quei boxer rischia di trascorrere il resto della sua vita in cella. E nega in tutti i modi di averli rubati. «Chi potrebbe avere avuto interesse ad incastrarmi?» Una domanda decisiva in vista del processo per direttissima che riprende domani a Milano.

Vallanzasca è convinto che qualcuno abbia voluto affondarlo facendo trovare nella sua borsa ad un vigilante particolarmente ispirato le mutande apparentemente rubate e invece infilate là dentro da qualche mano veloce. Qualcuno ha cercato di spegnere la voce del bandito proprio nel momento in cui diventava attuale la rivelazione contenuta nell'autobiografia scritta con il giornalista Carlo Bonini e rilanciata in una lettera rivolta alla madre del Pirata: un detenuto l'aveva avvicinato nel carcere di Novara proprio nei giorni del Giro 1999 avvertendolo di non puntare sulla vittoria di Pantani. Una sorta di profezia puntualmente realizzata a dispetto di tutte le previsioni quando Pantani venne trovato positivo al test dell'ematocrito. E invece che sul podio andò a casa.

Ora quell'episodio lontano potrebbe in qualche modo spiegare l'arresto del 13 giugno. O almeno questo sostiene Vallanzasca, nel documento in possesso del Giornale , alla vigilia del verdetto che potrebbe costargli caro, molto caro. Addirittura l'addio per sempre alla libertà. E allora passato e presente s'intrecciano in una sorta di romanzo nero: «In epoca contestuale al mio arresto è andata prendendo sempre più quota l'inchiesta sull'esclusione di Marco Pantani dal giro d'Italia. A quanto mi è dato capire, quell'inchiesta non riguarda solo ambienti malavitosi ma anche professionisti o comunque soggetti appartenenti ad ambienti istituzionali. Quell'inchiesta, oltretutto, è legata ad un'altra relativa alla morte di Pantani. Come non pensare allora che potrebbe esistere qualcuno potenzialmente interessato a screditare la mia persona, sapendo che io in quell'inchiesta, mio malgrado, ho assunto un ruolo importante?»

Vallanzasca nei giorni scorsi è stato interrogato dai magistrati di Forlì che cercavano il nome misterioso di chi quindici anni prima gli aveva sussurrato di stare alla larga da Pantani. E l'aveva fatto con toni perentori: «Il Pelatino non arriverà a Milano», se devi puntare «qualche milione» cambia cavallo. Il bandito non ha fatto quel nome ma ha lasciato intendere che fosse nella lista di nove camorristi mostratagli dagli investigatori. Successivamente i pm hanno identificato e ascoltato il personaggio in questione, appunto un camorrista. Era la camorra a volere Pantani fuori dal Giro. E forse, la stessa camorra, magari sfruttando qualche complicità sul campo, potrebbe aver giocato un qualche ruolo nel fermo di Vallanzasca il 13 giugno. Fantasie?

L'imboscata a Pantani avrebbe avuto una coda con l'agguato a Vallanzasca, ambientato fra le mura dell'Esselunga di viale Umbria a Milano. Dalle provette scambiate di Campiglio si passa così ad un paio di figure apparentemente senza spessore: il ragazzo che avrebbe attaccato briga con Vallanzasca all'interno del supermercato e il vigilante che l'ha colto con le mani nel sacco.

Vallanzasca, rinchiuso nel carcere di Opera e privato di tutti i benefici, prova a ricostruire quei minuti di un venerdì 13 giugno particolarmente sfortunato. E dà grande importanza allo strano incontro con il giovane: il ragazzo fa riferimento all'amicizia con la moglie Antonella e insiste per aiutarlo: «Ti porto io la borsa. Tu fai le tue cose con calma». Il bel Renè val al bancone dei salumi, il presunto amico ricompare dopo qualche minuto e gli restituisce il borsone. A questo punto entra in azione la guardia. «Il vigilante non mi ha affatto colto di sorpresa. L'ho infatti visto arrivare da dietro quando non avevo ancora iniziato a mettere la merce sul banco della cassa. Subito dopo si è posizionato al di là delle casse. Era lì ed era evidente che mi stesse aspettando. Se avessi avuto qualcosa da nascondere, avrei allora potuto tornare indietro prima ancora di riversare la merce sul tapis roulant. E invece gli sono andato incontro e quando lui mi ha detto: “Scommettiamo che l'altra parte dell'etichetta che ho in mano si trova all'interno della sua borsa?”, io non ho mai minimamente esitato ad aprire la borsa».

Siamo al colpo di scena. Alla conclusione avvilente di una carriera criminale di prim'ordine: «Ero sicuro di trovare all'interno solo le mie cose. E invece, non appena ho aperto la borsa sono saltati fuori proprio i boxer che lui cercava ed ai quali era attaccata l'altra parte dell'etichetta che lui aveva in mano». Vallanzasca è in trappola. Perde la semilibertà e viene trasferito da Bollate a Opera.

Il bandito chiede di poter visionare le immagini riprese dalle telecamere interne dell'Esselunga, ma la richiesta arriva troppo tardi alla direzione del supermercato: il video è già stato distrutto. Vallanzasca si concentra dunque sugli autori della presunta macchinazione: «Una chiave di lettura potrebbe allora essere ricercata negli ultimi accadimenti che mi hanno riguardato. Su questi io non ho certezze ma invito tutti a rifletterci sopra con il massimo scrupolo, anche perché un'eventuale condanna per me avrebbe effetti devastanti».

Il quesito che lo tormenta è sempre lo stesso: «Chi voleva incastrarmi?» Per questo attraverso l'avvocato Ermanno Gorpia Vallanzasca chiede ora «il confronto con il vigilante che mi accusa». E nella chiusa del memoriale, inviato alle procure di Milano e Forlì, aggiunge ironico: «Vorrei far notare come i boxer che avrei rubato sono di due taglie più grandi della mia. Che senso può avere che io vada a rischiare un ergastolo, praticamente, per rubare dei boxer che non sono neanche della mia misura?». Ma forse la storia non è così banale come sembra.

Commenti

james baker

Gio, 13/11/2014 - 09:23

Io credo a Vallanzasca : non ha nessun tipo di interesse né con me né con Marco Pantani. Io lo credo in qualità di sportivo : un vero sportivo non puo' accettare il malaffare nello Sport in generale. E' ora di smascherare chi ha fatto dello Sport un letamaio, a cominciare dal ciclismo, a danno di campioni tipo il Pirata, vero ciclista e vero sportivo, come pochi al mondo, per non dire UNICO. Ha fatto benissimo a riferire pubblicamente quello che sa. -james baker-.

Holmert

Gio, 13/11/2014 - 10:18

Che strana nazione la nostra,veramente di Pulcinella e soci vari. Rimesso in libertà dopo tanti delitti e reati di ogni genere,quest'uomo perde la libertà per un paio di mutande. Nessuno scrittore di gialli avrebbe potuto immaginare una cosa del genere, invece l'Italia di immaginazione ne ha tanta, da vendere. Che letamaio.

paràpadano

Gio, 13/11/2014 - 12:06

Comincio a credere più in Vallanzasca che nella giustizia Italiana !!

Raoul Pontalti

Gio, 13/11/2014 - 17:36

In altro commento scrissi che credevo a Vallanzasca sul fatto che lo avessero voluto incastrare per la questione delle mutande trovate nella sua borsa della spesa al supermercato, posto che non ritenevo un delinquente di prima forza come lui capace di abbassarsi al furtarello da pensionato indigente rischiando per di più oltre allo sputtanamento anche le residue speranze di libertà. Con le farneticanti dichiarazioni su l caso Pantani sono costretto a ricredermi o quanto meno ad avere dei dubbi sulla sua sanità mentale: non solo non sta in piedi il caso Pantani come movente per lo scherzetto delle mutande ma anche la sua versione sul come Pantani fosse stato incastrato con l'ematocrito. In ogni caso in dubio pro reo e Vallanzasca va assolto (magari per infermità di mente...).