Tra veleni e inchieste è allarme sondaggi: deluso un dem su due

Minacce e insulti tra candidati Pd alle Regionali. La questione etica è la nuova emergenza, ma il premier è preoccupato dal crollo dei consensi

RomaCome la verità si nasconde nei dettagli, il segno del degrado si coglie da certe sfumature. L'ultima vicenda è di quelle minime, ma che pure stanno squassando dalle Alpi alle Madonie la struttura del partito di maggioranza (assai) relativa, dimostrando di che pasta sia fatto. Riguarda una ex consigliera comunale di Pistoia, Simona Laing, decisa a candidarsi alle regionali, e un dirigente provinciale membro dell'Assemblea nazionale pd, Roberto Bartoli. La Laing raccoglie firme, Bartoli le telefona per comunicarle che deve farsi da parte, perché bisogna rispettare il bilancino tra le correnti pistoiesi. L'autocandidata registra la telefonata, che si conclude così: «Guarda Laing che se cominci a tirar merda, non sai quanta merda ti arriva addosso». Ne parlano i giornali, e ieri Bartoli dirama una nota «perché figuriamoci se voglio farmi infangare da una vicenda come questa». Bene. Cita la stessa frase - «non ho paura di riportarla» - e conclude: «Quindi nessuna minaccia, nessuna offesa, nessuno stile mafioso, nessuna intimidazione, nemmeno politica».

Il problema, ora, sembrerebbe quello di spiegare a Bartoli che cosa in lingua italiana (prim'ancora che nel codice penale) s'intenda per «minaccia», se non fosse che la protervia si diffonde nel Pd a macchia d'olio come tratto distintivo. La vicenda ricorda quella di Isabella Conti, sindaco pd di San Lazzaro, «rea» di essersi opposta a una colata di cemento alle porte della città bolognese progettata dal colosso Coop costruzioni . La Conti denuncia di aver subito pressioni di ogni tipo dai compagni, e di esser stata infine raggiunta da un messaggio assai inquietante: «Ma cosa intende fare questa? Vuole passare un guaio? Vuole che le capiti qualcosa?». Forse neppure questa frase, ora al centro di un'inchiesta, secondo il nuovo metro di misura pidino costituisce minaccia. Ma è evidente come la «questione morale», a suo tempo bandiera berlingueriana, abbia mutato natura. Quasi che la «diversità comunista» oggi sia trasmutata da obbligo di moralità doppia a possibilità di usare doppia pesatura. A seconda che il reprobo sia un misero Lupi, un alfiere renziano o un capatàz alla De Luca.

I casi dei tanti candidati alle Regionali, da ultimo l'ex assessore alla Protezione civile aspirante governatore ligure, Raffaella Paita, raggiunta da avviso di garanzia per omicidio colposo e invitata da Renzi stesso ad andare avanti, lo testimoniano. Fanno capire quanto sia aleatoria la marcia trionfale renziana. I sondaggi, e non solo, cominciano a registrare il senso di sfiducia nello stesso elettorato pidino: uno su due è scontento di Renzi e del suo governo (Ixè per Agorà), mentre precipita la fiducia nel premier (-2 percento) e nell'esecutivo (per la prima volta sotto il 30 per cento). Così da far pensare a quanto di profetico ci fosse nella denuncia di Cofferati dopo le primarie liguri che richiesero l'intervento di Dia e Digos: «Hanno paura che gente nuova entri negli uffici e apra i cassetti, che porti le carte alle autorità». E se la Liguria sembra ormai cruciale, nella mappa del potere renziano, anche il Pd si manifesta sempre più in un «guscio vuoto e comitato elettorale» nel quale si entra per far carriera e affari (non sempre puliti). Sistema a tal punto opaco da meritarsi persino l'attenzione di un intellettuale come Della Loggia, che lo descrive come «partito che non esiste più, involucro vuoto che si è retto finora sulla droga dell'antiberlusconismo». Però la droga è finita, e persino Della Loggia dà segni di risveglio.