Vendetta di mafia per strada Il boss freddato in bicicletta

Dainotti ucciso all'alba: spari alla testa da killer in moto Scarcerato nel 2014, «condannato» dal suo vecchio capo

Valentina Raffa

22 maggio 2017. Sono le 7.50 quando, mentre i palermitani si preparano alle celebrazioni del 25esimo anniversario della strage di Capaci e via D'Amelio in programma per oggi, al quartiere Zisa alcuni colpi di pistola fendono l'aria. È stato freddato il boss Giuseppe Dainotti, 67 anni, capomafia scarcerato nel 2014, dopo 25 anni di carcere, mentre era in sella alla sua bici. Una donna di origini tunisine che abita in via D'Ossuna si affaccia per capire cosa è accaduto. Perché i figli sono usciti da poco per andare a scuola. Perché pensa che si tratti di fuochi d'artificio. Perché non ha mai sentito degli spari.

In strada non c'è nessuno. Poi le urla di un giovane che corre: «Zio Peppino. Zio Peppino». E sull'asfalto, esanime, il corpo di Dainotti che perde sangue dalla testa, la sua bici riversa a terra. Poi arrivano le auto della polizia. I sicari gli si sono affiancati, probabilmente a bordo di una moto, e gli hanno sparato in testa. Senza esitazione. La mafia è tornata a colpire come una volta, in maniera eclatante. Perché sia da insegnamento ad altri. Forse Dainotti cercava di riprendere il comando. Ci sarebbe fibrillazione all'interno di Cosa nostra con la contrapposizione tra i vecchi boss e chi ha ora il comando.

Il boss del mandamento di Porta Nuova di Palermo aveva le mani sporche del sangue del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e dei carabinieri Bommarito e Morici che l'accompagnavano. Era stato condannato all'ergastolo, ma era potuto uscire dal carcere beneficiando della legge Carotti, che consentiva ai colpevoli di reati per cui era previsto il carcere a vita, di vedersi commutata la pena in 30 anni in caso di richiesta di rito abbreviato.

«Zio Peppino» era «un uomo morto che cammina». Cosa nostra lo aveva condannato a morte da tempo. «Quello fa tragedie. Va eliminato» dicevano i mafiosi intercettati. Si era salvato per miracolo. Perché in un blitz fu fermato chi lo doveva fare fuori. A volerlo morto era il boss Giovanni Di Giacomo, vecchia conoscenza di Dainotti. Insieme avevano gestito negli anni '90 il traffico di stupefacenti. Dainotti era stato una sorta di factotum per Di Giacomo. Ma era stato proprio quest'ultimo, dal carcere, a ordinare al fratello Giuseppe, ucciso nel marzo 2014, di eliminare alcuni esponenti di Cosa nostra che cercavano di prendere il comando. E tra questi c'era Dainotti, già braccio destro del capomafia Salvatore Cancemi, divenuto collaboratore di giustizia.

La mafia lo voleva morto. Tutti lo sapevano. Lui lo sapeva. Eppure girava in bici, quasi a non temere colpi di testa alla vecchia maniera da parte della mafia. Il «sistema» lo sapeva. Ma troppo spesso le forze dell'ordine hanno le mani legate. Appena una settimana fa il questore di Palermo, Renato Cortese, l'uomo che catturò Bernardo Provenzano, nel corso di un seminario sulla lotta alla mafia aveva lanciato l'allarme scarcerazioni dei boss a Palermo. «Ci sono state scarcerazioni che ci preoccupano perché la mafia è un'organizzazione che oggi va alla ricerca di leadership aveva detto C'è sempre il timore che, trovando una testa pensante in grado di concentrare le varie anime, Cosa nostra possa ritornare a essere pericolosa come prima». La sua mossa, la mafia l'ha fatta. Ma oggi tanti cittadini prenderanno parte alle celebrazioni in onore dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tutti quelli che morirono con loro. È questo che la mafia non può vincere. La voglia infinita di pace e giustizia.