Il Veneto: "Statuto speciale". Stop del governo sulle tasse

Il governatore chiede la modifica della Costituzione ma Palazzo Chigi frena: così addio all'unità d'Italia

Il giorno dopo il plebiscito che sancito la volontà del veneto di percorrere la strada di una maggiore autonomia, il governatore Luca Zaia ha convocato una seduta straordinaria della giunta regionale per approvare un disegno di legge per il riconoscimento di 24 ambiti di competenza, incluso il fisco, nonché una proposta di modifica della Costituzione per ottenere lo statuto speciale.

Il governo, però, ha dato risposte controverse. I ministri Martina e De Vincenti hanno chiuso la porta sulla possibilità di tenere il 90% del gettito di Iva, Irpef e Ires. «Le materie fiscali e anche altre, come la sicurezza, non sono e non possono essere materia di trattativa né con il Veneto, né con la Lombardia e neanche con l'Emilia Romagna», ha spiegato il titolare delle Politiche agricole che è pure vicesegretario Pd. Il ministro della Coesione territoriale, Claudio De Vincenti, ha invece liquidato come «una battuta di Zaia» l'ipotesi di trattenere i nove decimi delle imposte raccolte territorialmente. Il segretario del Pd, Matteo Renzi, invece, ha colto il segnale di una richiesta popolare di «maggiore equità fiscale e lotta agli sprechi a livello centrale e periferico». Insomma più che una riapertura della questione settentrionale si tratterebbe di «una gigantesca questione fiscale».

La replica di Zaia non si è fatta attendere. «Il nostro interlocutore è Gentiloni: se il governo dichiara che 2,4 milioni di cittadini hanno perso solo il loro tempo, lo venga a dire nel territorio», ha sentenziato. E anche l'atteggiamento del premier sarebbe conciliante. «Ribadisco che Gentiloni ha dato disponibilità al confronto su tutte le materie», ha sottolineato il governatore lombardo Roberto Maroni specificando che il presidente del Consiglio «ha detto che, se si vuole parlare di tasse, bisogna coinvolgere il ministero dell'Economia». Via XX Settembre è «un osso duro ma anche da questa parte c'è qualcuno che ha le spalle larghe», ha concluso. «Se tutti facessero come Zaia non ci sarebbe più la Repubblica, la sua è una provocazione», ha replicato il sottosegretario agli Affari regionali, Gianclaudio Bressa, specificando che «non può chiedere ciò che esula dalle sue competenze».

Ma che cosa cambia dopo i referendum consultivi? Ricordando che la Lombardia inizierà oggi la formalizzazione delle proprie proposte con un passaggio in consiglio regionale, si tratta sostanzialmente di avviare un'interlocuzione con il governo per quanto riguarda le venti competenze concorrenti previste dagli articoli 116 e 117 della Costituzione (dal commercio estero al lavoro), ossia materie sulle quali la legislazione regionale si affianca a quella dello Stato. La proposta del Veneto include quattro ambiti normativi che la Costituzione assegna in via esclusiva al Parlamento: giustizia di pace, istruzione, ambiente e, soprattutto, autonomia fiscale. I referendum rafforzano il potere contrattuale delle Regioni rispetto all'iniziativa già intrapresa dall'Emilia Romagna per dare ampia attuazione alle norme costituzionali. Spetterà a Camera e Senato (nella prossima legislatura) approvare tutto, inclusa la modifica della Costituzione per lo statuto speciale veneto.

«Si tratta di una via che potrà percorrere ogni Regione», ha concluso Zaia. Non a caso tanto Maroni quanto il leader leghista Salvini hanno invitato al tavolo con il governo anche Piemonte e Puglia che hanno analoghe intenzioni. La partita sul fisco è tutta da giocare.

Commenti

swiller

Mar, 24/10/2017 - 12:10

Così addio ai ladri delinquenti di sinistra.........SPARIRETE.