Venezuela verso il fallimento: al buio e settimana cortissima

Si lavorerà solo il lunedì e il martedì per risparmiare corrente Intanto l'opposizione lavora al referendum per cacciare Maduro

Paolo Manzo

San Paolo Saccheggi perché manca tutto, dalla carne al latte, delinquenza record - Caracas è dal 2015 la città più violenta al mondo - povertà al 75%, inflazione al 700%, niente farmaci anti-cancro e da lunedì scorso pure senza luce per 4 ore al giorno anche se, in realtà, i black-out programmati dal governo «durano molto di più», denunciano esasperati sui social network migliaia di venezuelani. Che non gliela fanno più a vivere sotto il giogo della revolución chavista, paradiso in terra solo per chi vive con i paraocchi dell'ideologia ma, in realtà, quanto esista oggi di più simile all'inferno. Al punto che a Cuba «al confronto si vive come Alice nel paese delle meraviglie» ci racconta uno dei tanti medici mandati dalla dittatura castrista nell'inferno venezuelano e che, da tre mesi, è rientrato in patria.

Quanto resisterà ancora il presidente del Venezuela Nicolás Maduro al potere? La domanda se la fanno in molti a Caracas se è vero che su Twitter ieri la frase più digitata nella capitale era «Io firmo, io revoco» che, tradotto, significa «firmo perché al più presto s'indica un referendum per mandare a casa Maduro» prima della scadenza del suo mandato, nel 2019. La settimana scorsa la Corte suprema controllata al 100% dal chavismo aveva bloccato tutto ma, dopo le marce oceaniche preannunciate dall'opposizione che in realtà è larga maggioranza in Parlamento e nel Paese, avendo ottenuto il 70% dei voti alle ultime elezioni il Consiglio elettorale venezuelano ha dato il via libera alla raccolta di firme per il referendum. A Caracas la tensione è alle stelle e la popolazione indignata, soprattutto dopo le ultime due «trovate rivoluzionarie» di Maduro per risparmiare energia elettrica, ovvero far lavorare solo lunedì e martedì i dipendenti statali «farete più vacanze, c'è chi pagherebbe per avere fine settimana così lunghi» va ripetendo il delfino di Chávez sempre più alienato - ed avere costretto al buio, senza tv né frigoriferi, milioni di suoi concittadini. Dopo 17 anni di rivoluzione bolivariana, dunque, il Paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo non riesce a garantire neanche le lampadine accese né a far produrre le fabbriche espropriate e persino comprare la cerveza Polar, è diventato un problema visto che l'omonima azienda ha annunciato lo stop della produzione, per mancanza di materie prime.

Stefano C. è uno dei milioni di oriundi italiani che vivono in Venezuela. Non pubblichiamo il suo cognome per esteso perché, anche se il regime è al tracollo, non è ancora chiaro se la sua fine sarà sancita «per via istituzionale» il suddetto referendum su cui pende sempre però la scure della Suprema Corte chavista o se sarà invece necessaria una rivolta di piazza, come lascia presupporre l'altro hashtag che va per la maggiore su Twitter, #lasolucionVzlaescalle, «la soluzione per il Venezuela è la strada». Al Giornale Stefano, che vive a Valencia, la terza città del Paese sudamericano, spiega come trascorre le sue giornate: «Faccio ore di fila per comprare qualsiasi cosa e cerco di non farmi rapinare o, peggio, uccidere dai tanti delinquenti armati che qui bazzicano impuniti». «Il socialismo altro non è che disastro economico e distribuzione equanime della miseria», gli fa eco Rafael A., studente con la metà degli anni di Stefano. Da segnalare, infine, la presenza a Milano, giovedì 5 maggio (alle 18, Business Palace Starhotel) del papà di Leopoldo López e della figlia di Antonio Ledezma - i due più noti prigionieri politici del regime che parleranno del dramma del Venezuela di oggi nell'ambito della conferenza #LibertadYa.