La vera strategia del terrore è usare i «media» come armi

Matteo SacchiIl fumo, le esplosioni le urla. E l'immagine che rimbalza per tutti gli schermi televisivi del mondo. Il terrorismo islamico è in primo luogo violenza mediatica. Non contano i morti prodotti, conta l'eco dei morti prodotti. Ed è con evidenza questa la strategia che ha portato all'accelerazione di attacchi contro l'Europa iniziata nel 2015 con la strage di Charlie Hebdo. Conta la visibilità. Simbolici i bersagli, simbolici i momenti scelti per gli attentati. Nel caso del Belgio il messaggio è chiaro: siamo in grado di colpire obiettivi sensibili subito dopo una vostra azione antiterrorismo (il clamoroso arresto di Salah Abdeslam). La strategia non è nuova, l'Eta in Spagna negli anni '80 parlava con toni deliranti dei suoi attentati come di una «socializzazione del dolore». E il terrorismo palestinese degli anni '70- '80 aveva scelto bersagli in Occidente per aumentare la sua visibilità. Ma ora la metodica utilizzata dai terroristi è scientifica. Per rendersene conto basta dare una scorsa alla raccolta di saggi in e-book appena pubblicata da Marsilio e curata dalla Fondazione internazionale Oasis: Il tablet e la mezzaluna. Islam e media al tempo del meticciato.Il punto focale è quello che il politologo Gilles Kepel descrive nel volume come: «Lo spettacolo del jihad». E che spiega così: «Daesh sembra ritornare ad uno stadio di civiltà molto anteriore al secolo dei Lumi... Ma nello stesso tempo, questo movimento è un maestro straordinario nell'utilizzo dei mass media». Ed è un utilizzo che ha anche dei teorici tutt'altro che raffazzonati. Il teorico delle modalità operative adottate da Isis, e non solo, è un ingegnere siriano-spagnolo formatosi in Francia: Abu Musab al-Suri. Nel 2005 ha pubblicato on line Da'Wâ ilâ al-muqâwama al-islâmiyya al-âlamiyya (Appello alla resistenza islamica globale). Una chiara spiegazione di come la strategia di Bin Laden, basata sull'attacco eclatante, fosse perdente. Quale allora la lezione di al-Suri? Creare un jihad dal basso e cambiare bersaglio. Non gli Usa, troppo forti e lontani, ma l'Europa, il ventre molle dell'Occidente. Alleati ideali gli immigrati nati qui. All'epoca gli analisti lo liquidarono come un delirio. A più di 10 anni di distanza mentre guardiamo intervenire migliaia di uomini per blindare il Belgio e Bruxelles viene da dire che ci sono un certo numero di analisti che forse andavano licenziati. Erano abituati al jihad gridato dai minareti o comunicato col fax, si stavano appena abituando al jihad che diventa show televisivo, mentre al-Suri stava già preparando il jihad via web.E il jihad che passa dalla rete è quello che detta il ritmo di quello che ci sta accadendo. Come spiega in un altro saggio la giornalista Laura Silvia Battaglia siamo arrivati ad una «Tarantino Style Jihad». Dice al Giornale: «L'attentato in sé magari è portato avanti con gli stessi metodi di 20 o 30 anni fa. Lo scopo è fare il maggior danno con i mezzi meno costosi. Però ad essere cambiata è la logica che c'è dietro. L'effetto mediatico è accuratamente studiato. In primo luogo i nuovi media veicolano la paura in Occidente a una velocità prima impensabile. In secondo luogo l'attentato genera un cortocircuito nelle stesse comunicazioni interne dei jihadisti. Si trasforma in un volano di propaganda. In questo caso basta vedere le congratulazioni mandate on line anche da sigle siriane che non c'entrano con il fatto in sé. L'attentato è un volano che rafforza l'auto rappresentazione». E non è nemmeno necessario un sistema centralizzato: «Il modello prevede dei jihadisti da tastiera che magari non hanno alcun contatto con chi agisce. Il sistema di comunicazione di Bin Laden a confronto era ingenuo e quasi romantico». E pensare delle contromisure è tutt'altro che semplice.